Durante la prima fase della pandemia le strade di Bologna si sono svuotate, la paura si percepiva sbirciando dalle finestre, sentendo le sirene delle ambulanze, facendo i conti con un isolamento obbligato. Il virus era lì, ignoto e subdolo. La città, però, ha trovato subito i suoi anticorpi, confermando la sua natura non incline alla resa. Ha reagito cercando di proteggere chi era più a rischio, organizzandosi in iniziative di comunità o individuali, mostrando il suo lato più solidale. Studenti, volontari, lavoratori autonomi, imprenditori, attivisti, associazioni si sono dati da fare per permettere alla normalità della vita di sfidare la paura. Le loro storie sono raccontate attraverso il reportage fotografico di Giulio Di Meo nel libro “Anticorpi bolognesi” (Pendragon). Alle numerose e fotografie in bianco e nero dell’autore si aggiungono i testi della giornalista Sara Forni, i poster e le illustrazioni degli artisti Vittorio Giannitelli e Luca Ercolini.

 

Come nasce l’idea di questo libro?

«All’inizio del lockdown ero per le strade di Bologna per documentare quell’insolito vuoto. Poi, insieme alla giornalista Sara Forni, ho iniziato a raccogliere le storie di chi si è subito messo in moto per far qualcosa per gli altri. La prima è stata quella di Silvia, una studentessa che ha iniziato a collaborare con Auser, portando la spesa e un po’ di compagnia agli anziani soli. Poi abbiamo raggiunto Staffette partigiane, Ampas con il lavoro dei volontari sulle ambulanze, Cucine popolari, Don’t Panic nata dal coordinamento di oltre 50 associazioni locali. Abbiamo raccolto molto materiale e abbiamo pensato di farne una pubblicazione che possa essere la memoria storica di una Bologna attiva durante la pandemia». 

 

Quali sono gli anticorpi di questa città?

«Gli anticorpi sono venuti fuori nel momento di maggiore difficoltà; una reazione sociale e umanitaria. In tanti hanno messo a disposizione il loro tempo, impegno e risorse per chi era rimasto indietro o viveva in condizioni di particolare disagio a causa della chiusura: anziani, disabili, senzatetto. L’altro anticorpo è nel reclamare i diritti e condizioni di vita più dignitose, come hanno fatto i riders».

 

 

C’è un elemento che accomuna i vari scatti? 

«Il vuoto della città. Poi il filo narrante è stato quello di andare a cercare l’umanità del quotidiano. L’intento del libro è raccogliere fondi per alcune di queste realtà».

 

Perché il bianco e nero?

«Avevo i brividi a girare per la città vuota in cui si incontravano solo militari e senzatetto. La città era spettrale, la situazione drammatica e il bianco e nero mi ha aiutato a sottolineare le sensazioni provate. Poi la forza, l’umanità e la positività delle storie raccontate ha aiutato a rendere tutto meno cupo».

 

 

 

Da questa distanza temporale come ti sembra sia cambiata la città? 

«Sono fiducioso perché alcune delle azioni che sono nate durante la prima fase della pandemia continuano ad esistere, anzi si sono strutturate. Penso a Staffette popolari o Don’t panic. Gli anticorpi stanno durando più dei nove mesi del vaccino. Senza avere i paraocchi, però, è evidente che la necessità di recuperare a livello economico stia facendo riemergere l’individualismo e inasprendo le differenze sociali».

 

Il reportage fotografico inizia con una piazza VIII agosto deserta e finisce con altre piazze di nuovo piene di vita. Che messaggio c’è nelle foto degli ultimi capitoli?

«La riapertura è coincisa con un aumento di manifestazioni e rivendicazioni: tutte le istanze che erano state messe a tacere sono tornate in piazza. Bologna in questo è unica, qui si manifesta sempre in modo partecipato. Le persone poi, dopo mesi di isolamento, volevano riprendersi la città. In quelle foto c’è un messaggio di speranza: la voglia di ritornare alla normalità e l’intenzione di sottolineare la particolarità della città che per i diritti si mette in gioco».