Cambiamento

disegno bilaterale

Non sempre il corpo è un luogo sicuro di cui fidarsi, non sempre è una dimensione con cui voler rimanere in contatto e da ascoltare. Non lo è per le donne vittime di violenza e di abusi che, molto spesso, tendono a rifuggire da quel posto pericoloso. In un certo senso è come se venissero tagliati i fili con la propria corporeità e le proprie sensazioni, ma queste connessioni possono e devono essere ristabilite. Ne è profondamente convinta Rebecca Hetherington, arteteraupeta sotto le Due Torri, che non ha potuto fare a meno di rispondere alla chiamata-appello della sua collega d’oltreoceano, Heike Buelau. E da uno squillo del telefono è nata l’idea di dare vita a un luogo sicuro e terapeutico, ma allo stesso tempo formativo che pian piano ha conquistato anche l’attenzione della “Casa delle donne per non subire violenza Onlus” di Bologna. Una telefonata che è arrivata a undici anni di distanza dal primo incontro, a New York, tra Rebecca e Heike ma che ha avuto subito la forza di trasformarsi in un progetto concreto: Buelau ha infatti fondato, nella Grande Mela, The Changing Room 11, una Onlus che dal 2016 si impegna a offrire percorsi di arteterapia e danzamovimentoterapia di gruppo per donne vittime di violenza, e che ora può vantare una sua “stanza del cambiamento” anche nella nostra città. «Si è iniziato subito a scrivere il progetto – ha raccontato Rebecca Hetherington – che ha però subito alcune variazioni a causa della pandemia. Le sedute di gruppo sono state trasformate in incontri individuali, i primi dodici dei quali gratuiti grazie all’attivazione di un crowdfunding»Progetto che è stato scritto in collaborazione con la collega Michaela Dinuzzi e la scuola Art therapy italiana. Per tutte coloro che si rivolgono alla “Casa delle donne per non subire violenza” sarà dunque data la possibilità di prendere parte, in presenza (nel rispetto delle norme anti-Covid) o in forma online, a un percorso di arteterapia o di danzamovimentoterapia, eventualmente anche più lungo rispetto al numero così garantito. Un valore non secondario è attribuito alla stessa raccolta fondi poiché, come ha sottolineato Hetherington, l’obiettivo è quello di «permettere a tutti di fare la propria parte e poterne percepire un ritorno concreto nel proprio territorio, specialmente in un periodo ancor più sensibile al tema degli abusi a causa delle restrizioni di contenimento della pandemia. L’idea di comunità e di solidarietà passa anche attraverso un simile gesto, trasformandosi in una forma di contatto e di vicinanza da trasmettere a qualcun altro». 

I percorsi di arteterapia e quelli di danzamovimentoterapia, coordinati da Dinuzzi, sono intrecciati, quasi inscindibili; e vedono il proprio punto di contatto nel lavoro sul corpo, nel trovare insieme soluzioni che sappiano creare un nuovo legame tra quest’ultimo e la mente; proprio attraverso le mani, le braccia, le gambe, la testa, i piedi. «Materiali quali l’argilla, i pastelli, le tempere – ha spiegato Rebecca Hetherington – facilitano la riconnessione con il proprio corpo, persino quando danneggiato dalla violenza. Grazie a essi è possibile lasciare un’impronta percepibile nel mondo attraverso la creazione di un oggetto o un disegno. Forme d’arte, dunque, che testimoniano un percorso di cambiamento».

Alcune delle strategie privilegiate di arteterapia, da scoprire passo passo, hanno il merito di attivare simultaneamente entrambe le parti del corpo e, di conseguenza, entrambi gli emisferi cerebrali. Ne è un esempio il cosiddetto “disegno bilaterale”, realizzato a occhi chiusi e con entrambe le mani, proprio quella parte del corpo più abituata a scoprire per prima il mondo e a «mettersi in gioco. Un lavoro lento – ha concluso Hetherington – che mira ad attivare le risorse necessarie per gestire gli eventi passati e a ricreare una nuova risposta corporea nel segno della “potenza personale”». E del sapersi amare.

 

 

In foto (dall'alto al basso): Rebecca Hetherington, Heike Buelau e Michaela Dinuzzi