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Dall’inizio dell’anno in Emilia-Romagna ci sono stati sei femminicidi. Ai quali si aggiunge la scomparsa della diciottenne di origini pakistane, Saman Habbas: forti indizi fanno temere il peggio per lei. Si tratta di un caso al mese. Questi fatti, e non solo, hanno spinto le istituzioni a una risposta. Nel prossimo triennio la Regione investirà 4,7 milioni di euro in un Piano triennale contro la violenza di genere che agisca sui fronti della prevenzione e della protezione: dai consultori alle società sportive, dal contrasto delle violenze in rete a un reddito di libertà per le vittime. Ne abbiamo parlato con Rossella Mariuz, avvocata del foro di Bologna e vice presidente dell’Unione donne in Italia (Udi) della città.  

 

Avvocata, è un’emergenza?

«In Emilia-Romagna la violenza di genere ha maggior risonanza grazie all'operato di una rete consistente di centri antiviolenza, di cui 14 sono associati al coordinamento regionale, mentre altri cinque non ne fanno parte. In questo senso le donne hanno più possibilità di parlarne e di uscire dalla spirale. Nonostante questa realtà virtuosa, c'è una escalation molto preoccupante dei casi di femminicidio, ma non dobbiamo mai parlare di emergenza, perché la violenza è un fenomeno strutturale e come tale va affrontato».

 

C’è stata una differenza nel racconto mediatico dei casi di Habbas e Gualzetti?

«Il racconto mediatico è stato influenzato dagli stereotipi culturali che vengono utilizzati nelle narrazioni sui quotidiani e che dovrebbero essere stigmatizzate dagli organi di stampa. La cultura nazionalista dello zio e dei genitori pakistani per Saman e i "demoni" che favoriscono l'ipotesi della malattia mentale e forniscono in qualche modo la scusante e la scriminante al killer di Chiara. I femminicidi hanno invece una origine comune molto evidente che si basa sul senso di potere e onnipotenza dell'assassino che vuole annientare e cancellare per sempre una donna: i motivi sono sempre legati al genere».

 

Che ne pensa del Piano della Regione? Sarà sufficiente?

«Sono benvenuti tutti quegli strumenti che aumentano la prevenzione e la protezione, come dice la Convenzione di Istanbul. Sono necessari gli stanziamenti di fondi per un lavoro capillare che possa arrivare in profondità modificando l'immagine del femminile e i rapporti tra i sessi, ma la formazione delle agenzie che si trovano a lavorare sulla violenza di genere deve essere tra i primi obiettivi della prevenzione».

 

Andrebbe quindi potenziato il servizio dei centri antiviolenza?

«I centri antiviolenza dovrebbero essere potenziati di sicuro. Si pensi che attualmente tutto il loro lavoro si regge per la maggior parte del personale operativo sul volontariato o precariato salariale, perciò risulta essere ancora un servizio che grava su spalle private».

 

In foto: corteo di “Non una di meno” Bologna del 1 luglio 2021. (Caterina Maggi)