Il caso

È stato esercizio del diritto di critica, secondo il tribunale di Bologna, il post che seguì il battibecco sui vaccini intercorso tra il giornalista radiofonico Red Ronnie, al secolo Gabriele Ansaloni, e il virologo Roberto Burioni. Una querelle risalente al 2016  tra Ansaloni (noto per le sue posizioni novax) che venne querelato da Burioni. A pronunciarsi sul caso è stato il giudice Stefano Levoni che ha assolto il giornalista e conduttore, difeso dall'avvocato Guido Magnisi, perché il fatto non costituisce reato di diffamazione. 

 

A "salvare" Ansaloni la natura del post: un cattura schermata di una e-mail ricevuta da un ascoltatore, piuttosto velenosa nei confronti del virologo del San Raffaele; ma non un documento prodotto da Ansaloni stesso, che si limitò a commentare con frasi non meno dure ma più civili, accusando Burioni di "essere alla ricerca di protagonismo" e di "essere legato ad interessi economici". Secondo il giudice, insomma, Red Ronnie può essere ritenuto responsabile di quanto scritto da lui stesso, e non del contenuto di una mail scritta da terzi. Un fermo immagine che lui sì, divulgò, ma "senza però, per quanto emerso, inserire commenti offensivi direttamente dalla sua 'tastiera'", ma solo richiamando il contenuto della corrispondenza ricevuta, su cui, si legge nella sentenza "ha comunque effettuato delle ricerche al fine di verificare se quanto riportato nella mail ricevuta fosse vero o quantomeno così potesse apparire".  

Il testo insomma, almeno secondo il giudice, non voleva né umiliare né a offendere Burioni, e tanto meno voleva essere lesivo della dignità morale e intellettuale del virologo. Grande soddisfazione espressa dal legale di Ansaloni Magnisi, che ha commentato la sentenza dicendo: «La Corte europea dei diritti dell'uomo ha aperto la strada a sentenze recentissime della Cassazione che delineano nel giornalista il titolare del dovere/diritto di informare che si dovrebbe trasformare in un diritto di conoscenza informata e consapevole da parte del cittadino. Il giudice di Bologna raccoglie e fa lucidamente sue queste linee interpretative. E, si noti, tanto più quando si tratta di problematiche di salute, questo diritto/dovere di informazione si coniuga nella massima ricerca di 'un consenso generalizzato', da parte anche di chi colto non è».