2 agosto

Le intercettazioni sono un compito ingrato, soprattutto quando l'indagato parla un idioma locale molto marcato. Lo sa bene il perito Lorenzo Benedetti che questa mattina ha deposto in aula nell'ambito del processo sulla strage del 2 agosto. Benedetti ha consegnato sia in cartaceo sia in digitale una lunga trascrizione di intercettazioni di carattere ambientale e telefonico, avvalendosi anche di aiuto esterno per poter "decifrare" quei passaggi in cui il dialetto locale di chi parlava rendeva particolarmente ostico l'ascolto. «Ci sono sempre delle difficoltà - ha dichiarato il perito - in questo caso alcune frasi erano rese difficilmente interpretabili da un accento particolare, e ho dovuto chiedere a una persona di fiducia di quel contesto geografico di vagliare le trascrizioni dopo aver ascoltato». E proprio su alcuni punti delle trascrizioni, da conversazioni in dialetto toscano, si è concentrato l'interesse dei magistrati inquirenti, in particolare di Umberto Palma: quelle tra Gianmarco Ceruti (figlio di Marco, il faccendiere fiorentino di Licio Gelli) e la madre. La conversazione risale al 15 febbraio 2018 e nella telefonata si fa riferimento a Gelli chiamandolo "cassiere" e asserendo: «E a un certo punto il cassiere, è scoppiata la bomba, ha fatto tutto Dio, si è levato dai cog**oni». La "bomba" potrebbe essere, certo, un "ordigno metaforico", cioè un riferimento allo scandalo della P2; ma potrebbe anche essere, secondo alcune interpretazioni, un rimando a quella valigia piazzata nella sala d'attesa della stazione di Bologna che uccise 85 persone.

 

Particolari difficoltà interpretative sono emerse anche in altri passaggi, in cui viene citato Parisi - allora capo della polizia e membro della P2 di Licio Gelli - e alcune "casse" (forse invece carte?) di cui egli era a conoscenza e gestiva per terzi: si ipotizza che si fa riferimento al fatto che "si serviva della polizia". L'accusa ha chiesto inoltre di riascoltare e vagliare ancora un'altra conversazione, questa volta ambientale: quella che coinvolge i parenti di Bellini, mentre tornavano a casa dalla Questura di Modena. Un'ora e poco più di conversazione in auto trascritta dalla Digos, un ascolto questa volta complicato da un altro dialetto: non più il fiorentino di Ceruti, ma quello reggiano stretto. Si farebbe qui riferimento in una frase alla Fidrev, una società già nota in questo caso per i legami tra questa srl e la Gradoli srl; quella, ovvero, degli appartamenti dove fu rinvenuto il covo delle Br poi divenuto rifugio dei Nar. Si aprono dunque alcune prospettive interessanti che potrebbero portare a fare chiarezza su punti rimasti in ombra della vicenda. Che potrebbero collegarla, anche, ad altri atti criminali compiuti dai movimenti neofascisti degli anni di piombo: l'accusa ha proposto infatti di ascoltare Diego Rossi, membro dei gruppi di estrema destra e mandante dello stupro dell'attrice teatrale Franca Rame a Milano. Rossi è noto per essere stato vicino all'Anello, l'organizzazione terroristica neofascista che organizzò la strage; l'ipotesi è che possa quindi fornire nuovi spunti per determinare chi comandò l'eccidio del 2 agosto.