letteratura

«Alle tue reni voglio dare / ambra di capodoglio / intelligenza di delfino – / indolenti e profumate le accarezzerei col mare / sulle spalle, / la schiuma sulla spina – / e lenti baci / alla tua nuca nuda…». È uno dei componimenti de Il fuoco dell’età, il libro di poesie di Nicola Muschitiello che la casa editrice pescarese Ianieri ha da poco pubblicato in un’edizione particolarmente bella e curata anche nella confezione.

Ma la carriera poetica di Muschitiello (68 anni, pugliese che vive a Bologna da quasi mezzo secolo) ha radici che risalgono indietro nel tempo. Del 1977 è il suo primo libro di versi Il sonno del baco, che incontrò l’apprezzamento di personalità come Italo Calvino, Andrea Zanzotto, Sergio Solmi.

«Io faccio una vita piuttosto strana», dice di sé. «Quand'ero giovane ho rifiutato tutta una carriera universitaria. Ho fatto una vita di bohème, si potrebbe dire. Poi, dagli anni ’90, l'università mi ha chiamato per insegnare traduzione letteraria, prima a Siena e poi a Bologna». Sempre accompagnato dalla scrittura. «Uno non sceglie di essere poeta. Certo, si possono scrivere le poesie, ma è come essere portati alla matematica o alla musica: bisogna avere quel talento che è nativo. E quindi ho scritto tanto. Mi veniva naturale scrivere quasi ogni giorno. Una cosa – che è stata riconosciuta fin da subito, anche da Calvino, e che io ho scoperto piano piano imparando a conoscermi – è che non ho mai seguito nessuna moda. Negli anni '60 per dire c'era lo sperimentalismo, come i Novissimi, che mi sono estranei. Questa fedeltà a se stessi è importante per chiunque. "Diventare se stessi" diceva Nietzsche, ed è uno dei pochi concetti nicciani che mi piacciono. Bisogna essere se stessi per compiere un destino».

Tanta scrittura, dunque, ma relativamente poche pubblicazioni. «In definitiva ho pubblicato solo sette libri in tanti anni. Ho moltissimi testi inediti. Perché non mi sono premurato tanto di pubblicare. Per dire, tra il primo e il secondo libro sono passati ventidue anni. Ho almeno due scatoloni di dattiloscritti inediti. Adesso metto pian piano insieme queste poesie per farne altri libri». È appunto così, nel lavoro di recupero e sistemazione di testi scritti nel corso degli anni e rimasti fino ad ora inediti, che è nato Il fuoco dell’età, volume che raccoglie componimenti realizzati in un arco di tempo molto lungo. «Sono poesie scritte tra il 1970 e il '95. Cioè tra i miei 17 e 42 anni. Il fuoco dell'età è un titolo a cui avevo pensato già tanti anni fa, che ho recuperato perché mi sembra molto adatto per un libro che raccoglie poesie scritte in un arco di tempo così ampio e importante per la crescita, quasi la parte centrale della vita».

Venticinque anni di poesia, dunque, in un unico libro. Un’occasione anche per fare un bilancio del proprio percorso. «Il lavoro che sto facendo in questi ultimi anni di raccogliere le poesie, riguardarle, rileggerle, ritoccarle, mi ha consentito di rendermi conto che c'è un’effettiva continuità. Probabilmente deriva da quello che dicevo prima, cioè da una innegabile fedeltà a me stesso. Poi, sul piano formale, c’è stato un processo di chiarificazione del dettato poetico. Nel senso che al principio le poesie sono più letterarie. Io da ragazzo mi leggevo il dizionario come se fosse un romanzo e quindi usavo spesso termini rari. Ma per me era naturale, perché li avevo fatti miei. Poi pian piano, come dice Montale, "tendono alla chiarità le cose oscure". Zanzotto lo aveva presagito e me lo scrisse: dopo aver letto il mio primo libro mi disse che il più era fatto, ma alludeva a certi piccoli grumi da chiarire. Perché la poesia s’impara. Ci vuole il talento – quella cosa sorgiva che tu devi coltivare e moltiplicare – ma poi tante cose si imparano. Capire dove va la virgola, se è bene metterla, oppure se è meglio il trattino o il punto e virgola. Io ho usato tutti i segni di interpunzione. Ma ho anche scritto testi senza segni di interpunzione perché mi sembravano belli nella loro nudità. Ma non mi è mai piaciuto lo sperimentalismo fine a se stesso. Secondo me non ha senso».

Anche sul piano tematico il filo che tiene insieme testi concepiti in anni diversi è una fedeltà interiore di fondo. «I temi sono sempre entrati in maniera naturale nel mio mondo poetico, che poi è composto dall’intero corpo dei testi. A volte c’è un tema nuovo, ma è sempre molto congruente con il resto». Secondo Nicola Muschitiello, quello di “mondo poetico è un concetto fondamentale per capire l’opera di un poeta. «Prendiamo Emily Dickinson, capiamo bene qual è il suo mondo interiore anche quando parla dell'ape o dei fiori. È questo che s’intende quando si parla del mondo poetico: una corrispondenza tra l'interno e l'esterno. E l'esterno poi non è più davvero esterno nel momento in cui l'hai fatto tuo. Quindi c'è questa coerenza di accento anche in poesie che sono state scritte a distanza di anni. Di questo credo che si accorgeranno i lettori, della contiguità tra tutti i testi. Ma di questo io me ne accorgo solo adesso che sto raccogliendo i testi. E ne sono contento, anche perché mi rendo conto di quello che avevano detto i più grandi di me allora: tutti insistevano sull’autenticità della voce in poesie insolite. Non perché io volessi essere insolito, ma perché erano insolite nel panorama della poesia contemporanea che seguiva le tendenze o le mode».

Passiamo a parlare più in generale della poesia di oggi. Dalla nascita del verso libero in poi la tendenza sembra essere quella di una poesia che si fa più “fluida”, meno vincolata da regole esterne, col problema che diventa più difficile capire quale sia lo specifico del linguaggio poetico. «Il verso libero ha liberato delle forze espressive. Però – ma questo è accaduto in tutte le arti – ha fatto credere a molti che la poesia fosse tutto sommato una cosa agevole, facile, in cui tutti potrebbero cimentarsi. E non ci si rende conto che in realtà il verso libero rende le cose ancora più difficili. Oggi c'è questa grandissima confusione. Per cui vedo che, anche a livello mondiale, la poesia è diventata un insieme di parole che sono per lo più dei bei pensieri, qualcosa che incontra un gusto diaristico o puerile dei lettori. Questo è un peccato grave: è la moneta falsa, di cui parla Baudelaire, che poi pian piano fa sparire la moneta buona, perché è di più facile spaccio. Si trova l'elemento che è ritenuto poetico come allusione, come immagine, ma quello che io vedo è che manca il senso della poesia. Il senso anche come forma, come metrica. Non sto dicendo che il poeta non possa seguire una metrica libera o debba seguirne sempre una riconoscibile, ma una metrica deve esserci. Perché il testo poetico, in ogni caso, è come un organismo vivente, deve funzionare come un organismo autonomo, che ha una sua legge interna, una sua necessità interna. Io lavoro molto sulla versificazione, soprattutto negli ultimi anni. Una volta mi bastava esprimere, ora cerco di avere una visione completa del testo. Quindi rileggo, versifico ancora, per avvicinarmi al massimo di espressività, avvicinarmi alla perfezione del testo. È un lavoro necessario e pericoloso insieme. Mi ricordo una battuta di Borges, diceva: "La perfezione è questione di stanchezza". C'è anche il pericolo di intervenire troppo. I francesi dicono "il meglio è nemico del bene". Se una cosa è già buona, è pericoloso cercare il meglio. Ma qui si aprirebbe un discorso che non riguarda la poesia, riguarda l'esistenza».

C’è poi l’eterna domanda: a cosa serve la poesia? E a chi? «La poesia serve. Serve ai pochi. Ma il fatto che innamori è già un segno sicuro della sua necessità. La poesia non sarà mai di tutti. È stoltezza pensare che la poesia debba arrivare chissà dove. Però nella mia esperienza di dicitore nei concerti di poesia ho scoperto che c'è sempre un uditorio fatto spesso di giovani che apprezzano molto. Credo che si abbia il dovere di comunicare, cioè mettere in comune, rivolgendosi anche a un gruppo indifferenziato. Perché è vero, esiste un piccolo gruppo di amanti e intenditori della poesia. Però è anche vero che ci sono senz'altro delle persone che ancora non ne hanno scoperto la bellezza, l'autenticità, il piacere che dà; a loro bisogna offrire queste testimonianze di poesia. Penso sia uno dei doveri di un poeta. Se riesci a far intendere a qualcuno la poesia, a portarlo ad amarla, hai fatto una cosa meravigliosa».