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Stop alla didattica a distanza. È troppo presto per fare promesse, ma l’impegno delle istituzioni è chiaro. Proprio in questi giorni, si stanno definendo le linee guida che permetteranno a docenti, studenti e personale scolastico di tornare a scuola il 13 settembre in tutta sicurezza. La campagna vaccinale, sebbene il 76% dei giovani dai 12 ai 19 anni non sia ancora vaccinato, potrebbe aiutare la causa nel dire addio definitivamente alla dad. Vaccini a parte, non cambiano le regole seguite finora, come l’obbligo della mascherina in aula, il distanziamento e la quarantena di quindici giorni – quindi dad – per le classi in cui dovesse verificarsi una situazione di contagio.

 

Se tutto procede come previsto, ragazzi e ragazze potranno tornare a una semi-normalità, sebbene sia inutile negare che due anni, specialmente nella vita di adolescenti e preadolescenti, siano tantissimi. «Sicuramente il passaggio tra una modalità e l’altra sarà traumatico – afferma la pedagogista Rita Ferrarese – e la differenza la faranno gli insegnanti con le loro proposte formative. Tutti sono a conoscenza dei problemi nati con la didattica a distanza, come il mal di testa, l’insonnia e la poca concentrazione. C’è bisogno di approcci interattivi, volti al coinvolgimento personale». Per un ritorno in aula serve il supporto di tutti, anche dei genitori. «Se la famiglia si è chiusa a riccio, privando i figli di quel minimo di socialità necessaria per crescere – spiega Ferrarese –, in qualche modo ha bloccato una dimensione fondamentale per l’individuo, che è quella della relazione con gli altri». Secondo l’esperta, «rimarranno tracce di questi momenti, anche se non c’è nulla di irreparabile. Serviranno percorsi didattici incentrati sulla socialità, perché è quella che è venuta a mancare».

 

Anche per Antonio Piccinni, pedagogista e psicoterapeuta, il ritorno in presenza non sarà facile. «I giovanissimi – afferma –dovranno ritrovare un modo per stare a contatto con gli altri, visto che la dad non ha permesso loro di sviluppare appieno quella fase, fondamentale nell’educazione e nella crescita». Inoltre, dovranno far fronte a un altro tipo di paura, quella indotta da adulti e genitori. «Per mesi sono stati demonizzati come untori ed è un carico di responsabilità forte perché il bisogno di stare con l’altro è stato giudicato come qualcosa di sbagliato e pericoloso». Gli adulti giocheranno un ruolo sostanziale in questa fase delicata, perché è vero che gli adolescenti hanno spirito di adattamento, ma vanno aiutati. «Nei prossimi anni – conclude Piccinni – si vedranno i frutti di come è stata affrontata la pandemia. I ragazzi hanno una plasticità mentale e avranno la possibilità di riprendere il fluire delle loro relazioni, ma dipende da come sono stati sostenuti dalle persone a loro vicine. Il Covid-19 non ha fatto altro che rinforzare paure già esistenti ed è diventato una giustificazione per chi tendeva a isolarsi anche prima. I cosiddetti “grandi” dovranno dare una spinta alle nuove generazioni a ritrovare l’energia per costruire nuove relazioni».