2 AGOSTO

Il sequestro Moro, i covi di via Gradoli, la struttura organizzativa delle Brigate Rosse. Sono i temi su cui Adriana Faranda (foto Ansa), classe 1950, ex brigatista della colonna romana, è stata sentita questa mattina per oltre due ore in Corte d'Assise a Bologna. Deposizione resa nell'ambito del processo ai mandanti della strage del 2 agosto 1980, che vede imputati Paolo Bellini, Piergiorgio Segatel e Domenico Catracchia.

 

Faranda, sentita come testimone assistito poiché già condannata per i fatti del sequestro Moro, ha parlato a lungo dell'appartamento di via Gradoli 96 dove abitò con il compagno Valerio Morucci «tra la fine del 1976 e l'estate del 1977», prima di lasciarlo a un'altra coppia di brigatisti, Mario Moretti e Barbara Balzerani. Moretti visse proprio in via Gradoli 96 - in un appartamento preso in affitto nel 1975 dalle Br - durante i primi trenta giorni del sequestro Moro. Un elemento che la Procura Generale ha provato a collegare a quanto successo più in là col tempo. Solo tre anni dopo, nel 1981, lo stesso edificio di via Gradoli 96 fu rifugio per Giorgio Vale e Francesca Mambro, terroristi neri appartenenti ai Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari). L'edificio era entrato a quel tempo nella disponibilità del Sisde, che possedeva numerosi edifici in via Gradoli, gestiti attraverso tre società immobiliari: Caseroma, Immobiliare Gradoli e Monte Valle Verde.

 

In generale, l'udienza di oggi si è concentrata sulle possibili relazioni tra brigatisti e servizi segreti. Con questi ultimi che avrebbero approfittato della rigida compartimentazione organizzativa delle Br per infiltrarle, come successo anche con le formazioni di estrema destra. Eventualità con forza negata dalla Faranda, che ha parlato di «ipotesi lunari», negando alcun rapporto tra Br e servizi segreti e affermando di non sapere in alcun modo che gli appartamenti di via Gradoli fossero di proprietà del Sisde. L'ex Br è stata anche categorica nel rifiutare ogni «speculazione a posteriori» sulla scelta di rapire Moro invece che Andreotti o Fanfani - come da idea iniziale dei brigatisti - al fine di voler colpire il “compromesso storico” in gestazione proprio in quei mesi tra Pci e Dc. Accordo poi abortito dopo la tragica fine del leader Dc.

 

A Faranda è stato chiesto anche dell'appartamento di via Giulio Cesare 47, importante perché fu il luogo dove venne arrestata con Valerio Morucci, nel 1979. Quel giorno fu portata in carcere con i due brigatisti anche Giuliana Conforto, figlia di Giorgio Conforto che, come ricordato dal procuratore generale Umberto Palma, «era spia del Kgb ma faceva il doppio gioco per i servizi occidentali, ed era molto apprezzato anche da Federico Umberto d'Amato». Quest'ultimo, ex capo dell'Ufficio Affari Riservati, insieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi è come noto considerato dai Pm organizzatore e mandante della strage alla stazione.

 

Il processo domani e dopodomani si sposterà per due giorni a Roma. Verranno ascoltati proprio alcuni parenti di D'Amato, insieme all'ex prefetto Umberto Pierantoni e all'ex terrorista nero Paolo Aleandri.