Scontro

In linea con il clima generale nel partito, il Pd bolognese è prossimo ai lunghi coltelli. Dopo il sostegno di diversi esponenti dem a Isabella Conti alle prossime Primarie di coalizione del 20 giugno, Gianni Grazia, Luciano Sita, Mauro Olivi, vecchi big del partito, hanno presentato un ricorso alla Commissione Garanzia della formazione guidata da Enrico Letta. Principali indiziati sono gli assessori Alberto Aitini e Marco Lombardo, ormai ufficialmente in tandem con la sindaca di San Lazzaro contro il compagno di giunta Matteo Lepore.

 

Lombardo dal canto suo ha commentato di provare «profonda amarezza rispetto al fatto che vengano tirati in ballo questi argomenti, ma non scenderò su questo terreno. E non non dirò nulla nemmeno sulle tre persone che hanno presentato la richiesta, perché ho molto rispetto per loro». Ricorso che secondo l’assessore al Lavoro è «giuridicamente infondato, lo dico da giurista, perché non c'è alcuna regola nello Statuto del Pd che vieta di sostenere alle Primarie un candidato civico o di un altro partito. La regola della lealtà vale per le elezioni e non può essere estesa in via analogica alle Primarie». L’auspicio per Lombardo è quindi che la commissione «si pronunci subito, senza aspettare l'esito delle Primarie, togliendo questo argomento dal tavolo. Le persone devono sentirsi libere di votare, è grave errore cercare di intimidirle».

 

E se Virginio Merola glissa sull’argomento sostenendo che «come sindaco non credo opportuno che io intervenga sul dibattito interno del partito», per Paolo Pombeni, politologo, la decisione di istituzionalizzare lo scontro rischia di scoperchiare diversi vasi di Pandora. 

 

Pombeni, come commenta il ricorso di Grazia, Sita e Olivi? 

«Significa che c’è ancora gente rimasta allo stalinismo. Le Primarie di coalizione servono per decidere il candidato migliore tra i partiti che compongono la coalizione, negare questo principio è contro ogni logica». 

 

Anche se a schierarsi sono rappresentanti eletti di uno dei partiti interessati? 

«Le coalizioni corrono per vincere, non per perdere dignitosamente. Lo scopo è scegliere il candidato più adatto, e può essere anche fuori dal proprio partito». 

 

Quindi il comitato rigetterà il ricorso? 

«Se è composto da persone assennate, non vedo come potrà fare il contrario». 

 

E poniamo invece che la rimostranza venga accettata, il comitato può espellere i “dissidenti”? 

«Non credo proprio, visto che la sua competenza è limitata alle elezioni. Le espulsioni, poi, sono sempre state storicamente rare, anche quando i temi dibattuti avevano uno spessore superiore. L’idea stessa di espellere  è qualcosa di profondamente antidemocratico, da Corea del Nord». 

 

Le Primarie sono quindi fallite? 

«Quelle attuali sono la dimostrazione che non si è ancora capito lo spirito delle Primarie e le sue regole. Siano di partito o di coalizione, sono uno strumento per un’area elettorale di scegliere il proprio leader. Ora, con l’apertura ai sedicenni e ai non residenti, non è possibile fare nemmeno una conta elettorale». 

 

E le quinte colonne del fronte avverso? 

«Non c’è garanzia di appartenere allo schieramento. In America, dove le Primarie si svolgono seriamente, ci sono registri e controlli. Qui non bastano due euro per garantire la militanza. Ma, se per questo, non c’è nemmeno garanzia sulla fedeltà alla coalizione. Se vince il candidato avversario, si abbandona il progetto». 

 

Conti sarebbe quindi legittimata, in caso di ricorso accettato, a puntare sulla sua vociferata lista? 

«Sarebbe legittimata, perché sarebbe il colpo di grazia a una colazione già ampiamente debilitata». 

 

Un brutto colpo per l’istituzione Primarie. 

«Anche a livello nazionale, perché si dimostra la debolezza in una città che dovrebbe essere la punta di diamante di un sistema. Ancora peggio se si pensa che queste elezioni sono fondamentali perché nomineranno chi andrà a gestire il Pnrr e Bologna, come città metropolitana, sarà uno snodo centrale dei fondi. I candidati dovevano essere già di statura nazionale». 

 

E tra i due, chi è più si avvicina a questo profilo? L’uomo dell’apparato Lepore o l’outsider Conti? 

«Nessuno dei due, perché l’esperienza Draghi dimostra che l’apparato non conta nulla. Serve struttura personale, per sedersi al tavolo, una storia, un peso specifico che una città come Bologna poteva tranquillamente offrire».