Il libro

«Ho scritto questo libro durante il primo lockdown, in un momento di cesura tra passato e futuro. Una coincidenza suggestiva per un libro di storia che si chiude con una finestra su quel che sarà». Eleonora Fatigati è l’autrice di La storia di Bologna, dalla preistoria ai giorni nostri”, edito da Typimedia per la collana La storia d’Italia. Marchigiana di Jesi, Eleonora si è lasciata adottare dalla Dotta ai tempi degli studi all’Alma Mater, prima di imboccare la strada della scrittura e del giornalismo.

 

Eleonora, il libro è un tentativo di fare sintesi della complessità felsinea?

«Sì, anche se penso che per Bologna potrebbe valere lo stesso discorso fatto dall’editore per altre città come Milano e Roma. Una collezione di micro-narrazioni, consacrate ai singoli quartieri. San Donato, Saragozza, Bolognina-Navile: tutti hanno un loro specifico profilo, un’identità che si rispecchia nell’evoluzione urbanistica».

Una comunità, tante storie?

«Tante storie che costituiscono, però, un unico racconto. Bologna è una sintesi di complessità e di specificità che, insieme, costituiscono un corpo organico, raccolto in un’armoniosa forma circolare. Bologna, a guardarla dall’alto, sembra quasi di poterla abbracciare. È questo un po’ il filo rosso del libro: una sintesi di storie».

Una città della donne.

«A rendere uniche le comunità sono le persone. La grande storia universale è fatta di vicende individuali. Solo attraverso di loro assume senso e valore lo sguardo sul locale. Nel caso di Bologna molti di questi sguardi erano femminili. Diverse sono le donne che hanno inciso sulle vicende cittadine, come la contessa Cavazza, che creò il primo ufficio di smistamento di notizie militari, o Laura Bassi, distintasi come prima donna scienziata titolare di una cattedra universitaria».

La “Bologna del ‘77” è un simbolo contemporaneo. La città di oggi, però, non rischia di rimanere impigliata nella rete di un passato quasi mitico?

«Nella storia cittadina è impossibile eludere quel passaggio. Io però ho voluto soffermarmi sui suoi risvolti culturali più che su quelli politici. In particolare sulla rivoluzione del linguaggio e della comunicazione artistica. Allora Bologna si affermò come una vera e propria avanguardia nell’arte e nella musica. Una rivoluzione fatta non tanto e non solo dai bolognesi quanto da chi in città arrivava portando con sé un potenziale rivoluzionario».

Un mix esplosivo.

«Bologna è una città accogliente. Tuttavia, il senso di sfruttamento da parte dei bolognesi percepito da chi arriva da fuori non è un fenomeno nuovo. Esisteva anche allora, in forme diverse, che si sono manifestare sul piano sia politico che culturale».

Cosa resta di tutto questo dopo la pandemia?

«Quella fase è chiusa: la parola definitiva l’ha scritta proprio il Covid. Bologna era già cambiata nel corso degli anni. Il turismo l’ha stravolta, migliorandola per certi versi ma non per altri. La città che è stata fino ai primi Duemila non esiste più. Il lockdown sembrava un passaggio intermedio, una parentesi. Ora è chiaro a tutti che non è così. Il mondo del Novecento è finito. Stiamo entrando nel futuro».