l'esperto

Per dare una spinta alla campagna vaccinale, il generale Francesco Paolo Figliuolo ha annunciato che a breve si tornerà a vaccinare con AstraZeneca la popolazione di età inferiore ai 60 anni. Luca Guerra, dirigente medico di Malattie infettive dell’Ausl, dà il suo parere sulla nuova fase in cantiere. Intanto la Regione ha avviato le prenotazioni dei vaccini anti-Covid per la fascia che va dai 60 ai 64 anni. In poche ore, sono già 50.000 gli emiliano-romagnoli che hanno preso appuntamento per la prima dose, con le somministrazioni partite in alcune aziende sanitarie oggi stesso. 


Guerra, il generale Figliuolo ha detto: «Presto AstraZeneca agli under 60». Ricordo che qualche mese fa AstraZeneca era riservato solo a chi aveva meno di 65 anni. 

«È bene ricordarlo, c’è confusione in questo momento. Dal punto di vista scientifico, non ci sono stati quei problemi evidenziati dai mass media. Il vaccino ha messo in evidenza pochi effetti collaterali. È importante rendersi conto del contesto in cui questa campagna viene svolta, cioè l’assoluta necessità di immunizzare il numero più alto di persone possibile, per evitare la circolazione del virus». 


Se prima AstraZeneca veniva somministrato agli under 65, perché ora avviene il contrario? 

«Quella dei vaccini è una situazione nuova e richiede una valutazione in divenire. È stata individuata una categoria di persone che può essere più a rischio per alcuni effetti collaterali, ma in realtà non ci sono dimostrazioni certe. Per esempio in Gran Bretagna, dove è stato usato il vaccino AstraZeneca in maniera diffusa, il rischio trombotico era superiore in chi non aveva fatto il vaccino. Stiamo comunque parlando di numeri piccolissimi in confronto a chi è deceduto a causa del Covid».  


L’immunologa Antonella Viola ha scritto in un tweet: «AstraZeneca sotto i 60 anni? Non per tutti. Il rischio di effetti collaterali gravi è raro ma maggiore nelle donne giovani. Vacciniamo allora tutti gli uomini e teniamo fermo il limite di età nelle donne». Cosa ne pensa? 

«Non entro in merito sulla strategia così riferita. È chiaro che i dati che si hanno sulla sicurezza del vaccino dimostrano che i rischi sono superiori per chi non si vaccina. Il problema del rischio trombotico è molto superiore in chi ha la malattia da Covid. Sono pochi i dati di effetti collaterali gravi e non bisognerebbe confrontarli con chi non si vaccina ma con chi è a rischio di grave malattia».  


Le persone hanno ancora paura del siero nonostante le rassicurazioni dei medici? 

«È un timore che è stato enfatizzato da una forte pressione mediatica, avvenuta in una situazione in cui si aveva la speranza che i vaccini potessero essere di enorme aiuto a tutta l’umanità. Parliamo di un vaccino che  ha un’efficacia dell’81% sulla popolazione, è un successo strabiliante. È vero che Moderna e Pfizer si attestano sul 98% e 99%, ma AstraZeneca è un vaccino di grande successo, se teniamo conto che è nato di recente e sfrutta tecnologie già note».  


Una domanda di attualità: cosa si sa al momento della variante indiana? 

«Parlare di varianti vuol dire evidenziare un qualche mutamento avvenuto all’interno del virus nella sua capacità di replicarsi, cosa che avviene normalmente nelle infezioni virali. Ne sono state individuate alcune, ma in realtà sono moltissime,  è il rischio viene da tutte. Caratterizzare un problema con una variante è riduttivo, il problema è il virus in sé, per cui dobbiamo essere i più veloci possibili per creare una protezione per la popolazione più suscettibile. La speranza è che le prossime varianti riducano l’efficacia di malattia del virus».