giustizia

L’esame di stato da avvocato, rimandato dal dicembre 2020, tiene sospesi nel limbo più di 20.000 praticanti. Che non solo si sono visti cambiare la prova, da scritta a orale, un mese prima dall’inizio previsto ufficialmente per il 20 maggio. Ma che ancora non hanno idea del calendario del primo orale a cui dovranno sottoporsi. Dalle corti di appello le risposte sono le stesse: «Vi arriverà una mail per avvisarvi». A oggi, però, i tanti che desiderano pianificare i prossimi mesi non possono perché le date non sono ancora uscite. «È una situazione che ha dell’incredibile e che va avanti da almeno un anno. Chi ha deciso di cambiare l’esame trasformandolo in due prove orali (invece dello scritto e dell'orale degli anni scorsi), doveva valutare in anticipo se le corti d’appello avevano gli spazi necessari per ospitarci, l’organizzazione tecnica che serve per fare l’esame online e anche individuare la sede dove recarci», racconta Sara Rossi (il cognome è uno pseudonimo per motivi di privacy) che non sa ancora se dovrà fare la prova alla corte d’appello di Bologna o di Rimini, dove ha la residenza.

Il problema è anche la prova nelle sue modalità di svolgimento: a preoccupare i candidati è il tempo davvero risicato per trovare la soluzione a un caso che altrimenti avrebbero valutato in molte ore. «Prima avevamo sette ore di tempo per risolvere un caso usando i codici commentati, ora abbiamo trenta minuti, nei quali dobbiamo anche formulare un discorso», spiega Federica Verdi (il cognome è uno pseudonimo). La sua voce lascia trasparire tutta la rabbia e la frustrazione di chi non ha tutele: per chi fa la pratica in uno studio legale è garantito un rimborso spese, spesso irrisorio. Finito questo periodo i futuri professionisti rimangono in una terra di mezzo senza stipendio e senza tutele. Per chi lavora come dipendente, magari come consulente legale per un’azienda, le cose non sono migliori: «Non avere nemmeno una data utile in calendario non ci permette di avere una programmazione. Non è semplice avere giorni di ferie all’ultimo momento», racconta Sara.

Altro punto interrogativo: le commissioni devono preparare le prove. Prima, invece, c’erano delle prove omogenee su tutto il territorio nazionale. «Non esiste un database comune per tutti i commissari dove inserire le prove e confrontarsi: questo significa che ogni tribunale può costruire prove diverse con il rischio di una disparità di trattamento», conclude Sara.