l'intervista

Docente ordinario di Letteratura italiana contemporanea, vice direttrice del dipartimento di Filologia e Italianistica, coordinatrice di diversi corsi di laurea, tra cui quello internazionale in Italian Studies, due mandati in senato accademico, organo dal quale si è dimessa per potersi concentrare sulla corsa al dopo Ubertini. Giuliana Benvenuti è stata la prima donna a ufficializzare la propria candidatura allo scranno più alto di Palazzo Poggi, prima di Giusella Finocchiaro. Al di là della retorica sulla parità di genere, l’italianista intende puntare sulla cooperazione e su una visione integrata delle “migliori forze dell’ateneo” che intende mettere a sistema, investendo su formazione, ricerca e internazionalizzazione.

 

A ottobre, è stata la prima a lanciare la propria candidatura e, se verrà eletta, a giugno sarà la prima donna a ricoprire la carica di rettrice nella storia dell’ateneo. Ma al di là del genere, cosa, secondo lei, il suo profilo avrebbe in più rispetto agli altri candidati?

 

«Il mio, al di là del genere, è sicuramente un profilo di visione molto aperta e collaborativa dell’università. Il nostro ateneo deve dare il proprio contributo e mettersi al servizio della società civile sul fronte della sostenibilità ambientale, dell’innalzamento della formazione di livello universitario con conseguente ampliamento delle possibilità di accesso al diritto allo studio, soprattutto in questo momento storico, in cui c’è attesa per le risorse messe a disposizione dal piano nazionale di ripresa e resilienza. È una grande sfida quella che ci attende nei prossimi anni, sfida che io credo di poter interpretare in maniera caratterizzante spingendo sull’apertura alla collaborazione all’interno dell’università, tra personale docente e personale tecnico-amministrativo, anche attraverso il rafforzamento dei centri interdipartimentali, dei consorzi interuniversitari e internazionali.

 

Dobbiamo mettere a sistema le migliori forze dell’ateneo. Formazione, ricerca, internazionalizzazione dovranno costituire tre assi congiunti e sistematicamente integrati attraverso la rete multicampus.

 

Su alcuni temi - che sono quelli della collaborazione, del rispetto delle professionalità e del lavoro di tutti, dell’inclusione e della valorizzazione delle differenze - c’è anche una sensibilità personale da parte mia».

 

In una recente intervista lei ha dichiarato che «i sistemi che rispettano le diversità sono maggiormente competitivi». Secondo lei i principi della diversità e della parità di genere sono adeguatamente garantiti e presidiati all’interno del mondo accademico?

 

«Non lo sono ancora, anche se devo riconoscere che sono stati fatti significativi passi in avanti per allinearci ad alcune grandi università europee. Per arrivare a compiere questo processo di valorizzazione della diversità –  che va dal tema della interculturalità, della disabilità, del genere, delle condizioni economiche e di accesso al sapere – serve però dare vita a un lavoro di sinergia, creando un vero e proprio centro con risorse autonome e un mandato forte. Penso che serva un organismo preposto a questo che faccia un po' sistema. Organismo che in parte c’è già, il Cug, comitato unico di garanzia per le pari opportunità, con i vari delegati, che devono operare in sinergia sì, ma con un supporto amministrativo e finanziario adeguato, per poter imprimere una svolta da dentro all’università».

 

Nonostante una formazione soprattutto letteraria, nelle sue dichiarazioni si ritrova sempre un’attenzione verso l’innovazione e lo sviluppo di metodologie nuove. Come immagina la didattica post pandemia?

 

«La mia attenzione per quelli che definirei mutamenti antropologici, in quanto portato della digitalizzazione, della svolta tecnologica, è un'attenzione a tutto campo. Quelli legati all’innovazione sono temi che l’università deve saper elaborare criticamente e portare avanti in maniera adeguata. Penso a tutta l’industria 4.0, alla gestione dei big data, alle open sciences cioè la condivisione della ricerca con la comunità internazionale. Per quanto riguarda l’ambito didattico, se sarò eletta rettrice, voglio chiarire che Unibo resterà un’università in presenza con uno scambio attivo tra docenti e studenti ma anche una condivisione di saperi. L’università dovrà essere in presenza ma non chiusa all’integrazione con gli strumenti di didattica, aggiornati ed efficaci in termini di apprendimento, in linea con gli scopi dell’open education che sono quelli di democratizzazione del sapere. Quello che dovremo fare sarà anche in questo caso valorizzare le differenze adeguando le metodologie di insegnamento alle diverse discipline e aree di studio. Non credo che la didattica mista che stiamo sperimentando adesso sia un modello da replicare, bensì una soluzione di tipo emergenziale nata dalla necessità di rispondere a una crisi pandemica in maniera resiliente. Questo è un mutamento dettato dall’emergenza e non un modello di socializzazione e apprendimento efficace».

 

Lei ha dichiarato che con i fondi europei del Recovery vorrebbe ampliare lo spettro di esercizio del diritto allo studio abbassando le tasse e rendendo gratuite le lauree triennali. A quali altri ambiti destinerebbe i fondi?

 

«Su questo devo fare una precisazione. La mia proposta è quella di chiedere con forza al ministero che i fondi destinati alle nuove generazioni – che sono anche quelle che dovranno ripagare il debito che noi con questi investimenti contraiamo –  siano usati per esonerare dalla tassazione le lauree triennali e quelle a ciclo unico, sul modello francese. Misura che è resa necessaria anche dai dati emersi che evidenziano un basso tasso di laureati.

In questo momento nell’ultimo Pnrr, congedato dall’attuale governo, le misure sono essenzialmente due: borse di studio ed edilizia universitaria. Oltre a esercitare una pressione sul ministero affinché si muova nella direzione che ho indicato – una tassazione pressoché nulla –  prima dovremo aumentare il numero delle borse di studio, promuovere un miglioramento delle condizioni abitative degli studenti e delle studentesse.

 

C’è poi tutto un capitolo importante che riguarda le lauree professionalizzanti e per cui si è già costituita una fondazione, un consorzio di università per gestire le richieste. Un'iniziativa che va nella direzione di intensificare i rapporti con le aziende e con le imprese, investendo bene i fondi dedicati».

 

Con l’avvicinarsi dell’appuntamento del 22-23 giugno, ha già in mente una squadra di governo?

 

«Formare una squadra con troppo anticipo rischia di includere solo persone che ti sono vicine. È importante invece valorizzare le competenze. Preferirei quindi non individuare delle persone ma parlare di profili e competenze che sono necessarie al nostro ateneo per interpretare bene questo momento storico di crisi e di profonda trasformazione. Credo che debbano essere rappresentate capacità vere di innovazione nell’ambito della ricerca e del public engagement. Prevedo di aggiungere inoltre ulteriori deleghe alla semplificazione, alla diversità e all’edilizia. Penso a persone che abbiano spirito collaborativo e quando parlo di spirito collaborativo mi riferisco a una capacità di fare rete, di mettere a servizio le migliori energie di cui dispone l’ateneo. Una cultura collaborativa è fondamentale per l’Università di Bologna».