EDILIZIA

Fra le tante consapevolezze che la pandemia ha fatto emergere in ognuno di noi, certamente c’è anche quella di considerare come ambiente interno non più soltanto le quattro mura domestiche in cui ci rifugiamo la sera, ma anche lo spazio fra i palazzi, o quel senso di rassicurazione e appartenenza che anche una semplice panchina o il parchetto sotto casa possono trasmettere. Insomma, tutti quei luoghi di prossimità che la frenetica organizzazione del tempo ci aveva fatto dimenticare. Ma qual è oggi il legame fra lo spazio urbano e Bologna? A questo proposito, Pierluigi Molteni, architetto bolognese classe ‘59 specializzato nel campo del recupero urbano e territoriale, ma anche del design e dell’interior design, risponde a InCronaca: «Trent'anni fa Bologna aveva qualcosa da dire in campo architettonico, oggi è una Cenerentola fuori dai radar della cultura che conta».

 

 

Architetto, ci può fare degli esempi concreti in città?

 «Allora, in Bolognina sta davvero succedendo la rivoluzione; c’è grande attivismo e una comunità che riconosce di nuovo un'appartenenza ad un luogo. Il rischio è quello di perdere l’identità urbana caratteristica di quell’area».

 

Può spiegarsi meglio?

«La storia di questo quartiere costituito da macro lotti di case popolari di fine ‘800 - inizio ‘900 ha una sua identità architettonica ben definita; oggi, tutto il tessuto delle piccole “fabbrichette” sta diventando oggetto di profonde trasformazioni urbane che consentono premialità di cubatura legate alle prestazioni energetiche. Se ci si mette anche il rispetto delle distanze dagli altri fabbricati imposte dalle norme del Rue (Regolamento urbanistico edilizio), il risultato sono edifici sproporzionati rispetto al contesto. E’ il caso, ad esempio, del recente edificio via Passerotti 26, il “grattacielo” Morandi, una specie di Godzilla atterrato per caso in mezzo ad un tessuto di case medio-basse».

 

E per quanto riguarda il centro?

«Bologna ha al suo interno dei micro paesi. Qui, tutta la zona che comprende via Guerrazzi-Portico dei Servi è tenuta benissimo; è difficile trovare dei tag sui portici perché le persone, ma anche gli stessi negozianti, sono i primi a sentirlo come proprio. Dall’altra parte, via Petroni e piazza Verdi è come se fossero dei “non luoghi”, coordinate geografiche occupate e vissute solo in modo “utilitaristico”, senza affezione».

 

Cosa ne pensa a livello urbanistico della tramvia?

«Il progetto è stato portato avanti da dei trasportisti con l'ambizione di riqualificare lo spazio circostante, ma è impossibile perché l'amministrazione non ne ha attribuito valore e qualità. Per il Comune la sola cosa che conta è che la tramvia porti una persona dal punto A al punto B. Per non parlare del People Mover che apprezzo dal punto vista architettonico ma, a parer mio, si va a aggiungere in un retro già altamente degradato».

 

Il decoro urbano e Bologna. Due realtà a sé stanti?

«A monte sta il fatto che la qualità di una città dipende anche dalla cultura del committente e dalla preparazione del progettista. In Europa, l’unico strumento che ha dimostrato di essere valido a far crescere la cultura architettonica è il concorso di architettura, poiché obbliga il committente a studiare per porre le domande giuste ai progettisti e obbliga i progettisti mettere i propri progetti in concorrenza . Sembra che a Bologna il progetto sia invece equiparato ad una banale fornitura per poterlo comprare al prezzo più più basso. Il recente incarico per il progetto delle scuole primarie Federzoni ha avuto un ribasso di parcella del 58%. A queste condizioni si fatica a credere che si vuole puntare sulla qualità del progetto».

 

Una personalità esterna al settore che riesce a coniugare imprenditorialità e focus su spazio urbano?

«Subito direi Isabella Seragnoli, presidente e azionista unico del Gruppo Coesia. È un’imprenditrice di grandissimo successo ed è illuminata nel campo dello spazio urbano. Crede talmente nel progetto di architettura che per la sua sede del Must ha indetto un concorso di architettura vinto poi dallo studio “Labics” di Roma. Un progetto realizzato esattamente come era “uscito” dal concorso. Ma non solo: ha chiamato Renzo Piano per il padiglione che ha regalato all’Ospedale Bellaria o Tadao Ando per il suo centro di studi umanistici sulle colline bolognesi. Sono queste le persone da prendere in esempio».

 

 

 

 

 

 Foto gentilmente concessa da Pierluigi Molteni