Il Libro

Orfeo girandosi non vede Euridice perché lo ha superato per abbandonarlo indietro; l’Ulisse che fa ritorno a Itaca è probabilmente un impostore; nella demenza senile Kant finisce per confondersi con Nietzsche. Sono solo alcuni esempi di quegli scarti decisivi che s'inseriscono – e spesso ribaltano – storie e personaggi che conosciamo tutti bene.

In libreria dal 15 aprile per la casa editrice Voland, Miti personali è l’ultimo libro di Matteo Marchesini, narratore, saggista, poeta e critico letterario bolognese. Una raccolta di racconti che reinventa figure archetipiche tratte dalla mitologia e dalla storia. Da Ettore e Achille a Socrate e Platone, da Edipo a Leopardi, passando per Narciso, Giobbe, Gesù: una galleria di personaggi illustri le cui identità divengono sfuggenti e ambigue, in racconti brevi che si nutrono di epifanie e non disdegnano i territori della metafisica. Ne abbiamo parlato un po’ con il loro autore.

 

Partiamo dal titolo: Miti personali sembra un ossimoro. Il mito è per definizione qualcosa di condiviso, come può diventare personale?

«È verissimo. I miti sono per definizione universali e il titolo vuole sottolineare questo elemento ossimorico. È noto che le rivisitazioni moderne dei miti sono tantissime, ma a me non interessava una attualizzazione di quel genere. Semplicemente ci sono dei miti che mi hanno ispirato come situazioni, azioni, contesti esistenziali che in qualche maniera mi riguardano. Camus diceva che i miti sono forme cave in cui noi versiamo la nostra esperienza: in questo modo sono utilizzati. Inoltre, in tutte le cose che ho scritto, sia in versi che in prosa, ci sono elementi di scacco, di ripetizione coatta dell'esperienza. Un mio amico ha detto che c'è una “componente maligna” di ciclicità, di ripetizione. E i miti sono per eccellenza il luogo della ripetizione».

 

Come è nato il libro? C’era fin dall’inizio un progetto organico oppure sono racconti nati come occasionali e poi successivamente uniti insieme?

«Non sono nati come un progetto organico. Inizialmente me ne sono venuti a cascata tre o quattro. Era il 2017 e in quello stesso anno Il Foglio, giornale per cui collaboro, ha pubblicato questi primi racconti.  Ne ho scritti poi altri tra il 2019 e il 2020 e mi sono ritrovato così con una mezza raccolta: questo mi ha dato la voglia, l'euforia se vogliamo, per scriverne ancora. Credo che a molti capiti così: partire da una sorta di serialità spontanea, per cui si allineano dei racconti che hanno lo stesso tono, lo stesso tipo di sfondo formale, e poi essere spronati da questa casualità a continuare».

 

L’ultimo racconto, intitolato Conoscersi, è un caso particolare: fa sezione a sé ed è molto diverso dai precedenti. Sembra quasi un oggetto estraneo rispetto al resto del libro. C’è un motivo particolare per cui ha deciso di includerlo nella raccolta?

«Perché in realtà anche quello è una sorta di mito personale. Anche se è un racconto "realistico" – usiamo questo termine grossolano per comodità – ci si può ritrovare quella "maligna ripetizione" di una condizione esistenziale. Può essere letto come una specie di riassunto in velocità di un lunghissimo matrimonio: ci sono questi due ragazzi che si incontrano a una festa e in pochi giorni attraversano la fase dell'euforia erotica, della serenità coniugale, della gelosia, del sospetto, del disinganno, hanno perfino una, seppure metaforica, esperienza genitoriale e infine si separano. Mi piaceva che il racconto fosse letto anche in questa chiave, che è meno evidente, meno squadernata rispetto agli altri racconti, ma è suggerita dalla collocazione dentro questa raccolta».

 

Lei non è solo uno scrittore di narrativa, ma anche un critico e un saggista. Cosa porta della sua attività di critico quando scrive narrativa e viceversa cosa porta del narratore quando fa critica?

«È più semplice per me rispondere alla seconda parte della domanda. Quando scrivo saggi c'è una componente narrativa mimetica che mi serve per dare forma ad alcune idee. Cesare Garboli, un saggista che ammiro, diceva che nel saggio le idee sono quello che sono nei romanzi i personaggi. E quindi la narrazione delle idee a volte diventa come la narrazione di personaggi. Per quanto riguarda il primo punto della domanda: penso che chiunque scriva abbia o dovrebbe avere un critico interno da interpellare quando arriva il momento di rileggersi e decidere cosa fare di ciò che si è scritto. E poi è chiaro che in un libro del genere i miti sono rivistati criticamente, quindi c'è anche un aspetto saggistico, seppure implicito. In questo senso tengo a Miti personali un po’ più di quanto io non tenga agli altri miei libri: perché sono in parte dei poemi in prosa (e le poesie sono una parte della mia attività letteraria a cui sono più legato), ma presuppongono anche uno sguardo saggistico. E quindi è come se i tre tipi di scrittura che pratico - narrativa, poesia e saggio - si condensassero».