CHIUSURE

A Bologna splende un sole primaverile ma le vie del centro sono vuote. Da questa mattina e fino almeno al 21 marzo Bologna è in zona rossa. Il che significa, in pratica, chiusura di tutti i negozi ed esercizi che vendono beni non essenziali, ma anche dei parrucchieri da sabato e di nidi e materne da lunedì (oltre allo stop già ufficializzato delle lezioni universitarie). «Vaccinare subito chi lavora e si sposta», come ha proposto Giancarlo Tonelli, direttore Confcommercio Ascom Bologna, potrebbe non bastare. Come ha detto il governatore Stefano Bonaccini «l’arancione non basta più» e in giornata è arrivata l’ulteriore stretta del sindaco Virginio Merola sull’asporto di bevande alcoliche. è stato infatti riconfermato lo stop della mescita e della cessione a partire dalle 18.

Un marzo 2020 che si ripete. E, per il momento, non ci sono vaccini per tutti. «Vaccinare chi lavora per primo potrebbe anche avere un senso», sottolinea Massimo Zucchini, presidente provinciale di Confesercenti, «ma il problema è che in questo momento i vaccini non ci sono per tutti». A rimanere aperti, da oggi, sono solo i negozi di generi alimentari, farmacie e parafarmacie, edicole e tabacchini. Senza contare la didattica a distanza che, in sostanza, svuota Bologna di una delle sue risorse principali: gli studenti. 

In una mattina di sole sempre più caldo, le uniche sportine dei passanti, infatti, non contengono vestiti ma cibo e bevande. In effetti, le uniche file sono davanti ai locali che fanno servizi d’asporto. Anche qualche bar rinuncia; in un locale di Strada Maggiore un’insegna riporta: “Chiusi, se fosse per noi saremmo sempre aperti”. Sotto i portici c’è qualcuno che prova a fare sport concedendosi una corsetta. Alcuni portano la mascherina abbassata, altri coprono anche naso e bocca. Forse temono una sanzione. Ma due agenti della polizia municipale di servizio in piazza Maggiore dicono che, per l’attività motoria individuale dentro il Comune, la mascherina può essere lasciata a casa.  

Ciò che più rende l’idea è una piazza Verdi completamente vuota, tanto che le transenne stonano: non c’è nessuno. Caffè Zamboni, appena cominciata la via, a quest’ora sarebbe pieno di studenti in pausa caffè, ma la saracinesca è abbassata. In via Indipendenza nessuno fa shopping. Rimangono aperte solo le piccole botteghe oppure i piccoli negozi che vendono beni considerabili di prima necessità. 

Insomma, a parte chi si concede una passeggiata al sole, il centro è occupato solamente dai riders di Glovo o Just Eat. Molto probabilmente, infatti, con i ristoranti obbligati al solo asporto, tanti preferiscono ordinare il pranzo direttamente aspettando la consegna a casa. 

«Posso confermare che alcuni esercenti sono rimasti aperti solo per finire le scorte dell’asporto, ma in generale sono pochi. Anche perché con gli uffici e le scuole chiuse si fa sempre più fatica», ribadisce Zucchini, annunciando che «forse una decisione più drastica, chiudendo tutto e tutti, avrebbe avuto più senso in questo momento». 

Alla proposta di Tonelli risponde anche Isabella Angiuli, referente Cna agroalimentare Bologna, secondo cui contano di più i protocolli di sicurezza: «Siamo per la riapertura, ma in sicurezza. Abbiamo chiesto, ad esempio, l’entrata nei locali con patentino vaccinale o con un tampone negativo nelle ultime 72 ore», dice, chiaramente riferendosi a una situazione pre zona rossa. «Come Cna, anche a nome dei ristoratori rappresentati, crediamo che esistano anche delle questioni valoriali. Forse avrebbe più senso creare delle zone, e quindi dei locali, Covid-free», continua la referente di Cna, ribadendo che le scelte sul piano vaccinale (e quindi le categorie prioritarie) spettano agli scienziati. Intanto, a Bologna, rimangono aperte solo le attività che hanno modelli di business e capacità finanziarie che lo permettano. L’ennesima battuta d’arresto per l’economia della città. La preoccupazione rimane la stessa: si teme che molte attività non riescano a riaprire.

 

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