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«Per costruire e abitare società più giuste e più eque c’è bisogno paritariamente del contributo di uomini e donne», dice Simona Lembi, eletta in Consiglio comunale a Bologna e titolare fino al 2010 della delega alle Pari Opportunità. Nell’intervista, rilasciata a InCronaca, la consigliera contestualizza il dibattito seguito alla esclusione delle Dem dall'assegnazione dei ministeri con una chiamata in correità di tutte le forze politiche. Roberta Mori, consigliera regionale in quota Pd, dal 2013 coordinatrice nazionale delle Commissioni pari opportunità regionali fa appello direttamente al dettato costituzionale ribadendo: «Garantire l’uguaglianza di genere significa attuare la Costituzione».

 

Qual è stata la sua reazione all’assenza di esponenti Dem nel nuovo esecutivo? È rimasta “delusa” dalla gestione delle nomine a ministro da parte della direzione del Partito Democratico e, più in generale, da parte di tutte le forze politiche?

Simona Lembi: «Più che delusa sono sorpresa. Tutto quello che sta succedendo va in una direzione ben precisa relativamente alla questione della parità di genere. In primis, va ricordato che la Commissione europea ha esplicitamente indicato tra i criteri che gli stati membri nella stesura dei progetti sul Recovery devono osservare la questione della parità di genere. Secondo punto, la crisi mostra il suo volto più feroce sulle donne, lo dicono i dati. Istat ha certificato che il 70% dei posti andati perduti nel 2020 erano occupati da donne. Non dimentichiamoci che siamo il paese fanalino di coda in Europa in tema di occupazione femminile, nella fascia compresa tra i 24 e i 29 anni, e che abbiamo ancora 20 punti di differenza tra tasso di occupazione femminile e maschile in Italia»

 

Roberta Mori: «Più che di delusione, parlerei di consapevolezza di quanta strada c’è ancora da fare dentro e fuori la nostra Comunità politica per fare del protagonismo femminile un elemento strutturale di giustizia sociale, progresso culturale e condivisione del potere per innescare il cambiamento di prospettiva di cui c’è bisogno per traguardare in modo originale e decisivo questo periodo difficile. Dopodiché comprendiamo il passaggio complesso che ha contraddistinto l’incarico al Presidente Draghi, ma non possiamo sottacere i limiti nel coinvolgimento della classe dirigente femminile del Partito e del Paese. Per chi come me crede nella democrazia paritaria e nella condivisione delle responsabilità e degli oneri della rappresentanza, luoghi della decisione senza uguaglianza di genere sono prima di tutto una sconfitta per la società. Se poi l’assenza riguarda le donne democratiche, la ferita è ancora più profonda, perché la parità di genere è uno dei principi fondanti che ispirano il nostro Statuto e il nostro agire politico»

 

Un problema che interessa anche la politica e l'amministrazione?

L: «Assolutamente, la normativa, che ha valore su tutto il territorio nazionale, circa le norme antidiscriminatorie è molto chiara: per tutti gli 8.000 Comuni italiani, nella composizione degli esecutivi, nessuno dei due generi può essere sottorappresentato del 40%. Alla luce di questi dati, mi hanno molto sorpreso questi ultimi passi. Trovo però molto difficile sostenere che tutto quello che è accaduto sia imputabile al solo dibattito che fa capo a un singolo partito. È una questione ben più ampia e che interroga tutta la politica».

 

Il problema della sotto-rappresentanza femminile riguarda anche la composizione della giunta regionale?

M: «Grazie alla legge quadro dell’Emilia-Romagna 6/2014 “per la parità e contro le discriminazioni di genere”, che prevede la ‘Rappresentanza paritaria nel sistema elettorale” e alla successiva e conseguente legge elettorale, la 21/2014, che ha introdotto la parità di genere fra uomo e donna nelle liste circoscrizionali e il criterio della doppia preferenza di genere, oggi abbiamo in Assemblea legislativa: su 50 componenti eletti, compreso il presidente della Regione, 30 sono uomini e 20 donne (40%); su sette componenti dell’Ufficio di Presidenza, quattro donne (57%): la presidente dell’Assemblea, una vicepresidente, una segretaria e una questora; su sette Commissioni assembleari, quattro guidate da donne presidenti (57%). Il gruppo assembleare a cui appartengo, Pd-Bonaccini presidente, è composto da 23 consiglieri/e, dei quali 12 sono donne (52%), compresa la capogruppo. In Giunta, su 10 componenti con delega, quattro sono assessore e tra loro la vicepresidente della Regione. Insomma, mi sembra di poter dire che il contributo delle donne emiliano-romagnole e della Regione Emilia-Romagna alla parità di genere è ampiamente provata dalle conquiste delle pioniere che sono venute prima di noi e dalla preziosa eredità che tutte noi dobbiamo cercare di non disperdere, ma di rafforzare per tutte, nessuna esclusa».

 

L’assegnazione dell’incarico a sottosegretario o la nomina a vicepresidente può essere sufficiente a compensare la sotto-rappresentanza femminile nel nuovo governo?

L: «Un singolo provvedimento fatica sempre a rispondere alla complessità delle questioni esposte. Detto questo, sono comunque buoni passi in avanti sia la nomina dei sottosegretari che la vicepresidenza dei ministri. Secondo me non sono sufficienti, ma non perché non lo siano in sé, ma perché la partita è ben più ampia delle singole nomine. Non sono sufficienti per affrontare complessivamente la questione della parità e dell’uguaglianza e delle crescenti disuguaglianze che questa crisi manifesta; ma sono buoni passi in avanti».

 

M: «Il cammino di riconoscimento e affermazione dei diritti delle donne non si esaurisce in una nomina, in una legge, in un’azione. E’ una sequenza costante di passi in avanti, una continua pressione affinché l’agenda politica e il potere diffuso nei luoghi della decisione non ignori la disparità tra uomini e donne che ancora condiziona e deprime le pari opportunità. Non sfuggendo, dunque, alla domanda mi permetto di dire che nulla sarà sufficiente fino a quando il nostro Partito sarà piena espressione dell’uguaglianza di genere che promuove. Così come pure non sarà sufficiente per il Paese, perché la lotta contro le disuguaglianze non dovrebbe essere una battaglia di parte, ma una rivendicazione di tutta la società».


Servono interventi di tipo normativo o un cambiamento culturale strutturale per colmare il gender gap nella rappresentanza politica?

L: «La normativa italiana è già molto evoluta. Questo è il momento in cui a parlare devono essere i fatti e la politica. Dal mio punto di vista i provvedimenti urgenti adesso sono, in primis, una misura che, al pari del bonus edilizia 110, metta in sicurezza il welfare –  sanità, scuola e servizi – e un piano per l’occupazione femminile. Il Recovery dovrà tenere insieme tutte queste istanze perché, ci dice l’Europa, è un’occasione per ridisegnare le nostre economie e quindi un’occasione storica per affrontare in maniera strutturale le disuguaglianze che la crisi ha accelerato e reso ancora più evidenti».


M: «Servono interventi normativi efficaci unitamente all’impegno implacabile per accelerare il cambiamento culturale. L’impianto normativo nazionale, insieme all’Agenda 2030 dell’Onu e alla Convenzione di Istanbul ci consegnano un quadro solido che però deve essere fatto rispettare. Pensiamo alla legge Golfo-Mosca per il riequilibrio nei CdA delle società quotate in borsa e partecipate pubbliche, ma anche alla legge 56/2014 per la composizione paritaria delle Giunte comunali. Serve un’Autorità garante che traduca in provvedimenti stringenti a tutti i livelli le regole della parità nella convivenza civile. Non possono essere costantemente disattesi i principi informatori di una società giusta a causa di un tessuto sociale ancora profondamente permeato da una cultura patriarcale che rischia di soffocare il futuro e le aspettative delle ragazze e delle nuove generazioni. In tutto questo linguaggio e rappresentazione nei media giocano un ruolo forte per contrastare gli stereotipi dominanti, così come non va mai fatta passare sotto silenzio la mancanza di donne in comitati, convegni e panel, perché l’assenza di diversità nel dibattito limita la qualità del confronto, perché quando i modelli di ruolo visibili sono maschili, l’assenza di donne perpetua l’invisibilità delle donne stesse».

 

Perché è così importante garantire pari rappresentanza tra uomini e donne?

L: «Garantire parità di rappresentanza è il riconoscimento più pieno del fatto di essere una società, composta da uomini e donne. Garantire questo principio ha, a mio parere, effetto diretto sulla qualità delle scelte che la democrazia compie. Per costruire e abitare società più giuste e più eque c’è bisogno paritariamente del contributo degli uomini e delle donne».

 

M: «Garantire l’uguaglianza di genere significa attuare la Costituzione … semplicemente. Il dettato degli articoli 3, 51, 117 - solo per citarne alcuni - afferma la prospettiva della democrazia paritaria come questione di equità e giustizia sociale, come strumento di rinnovamento della classe dirigente, come occasione di nuovi sguardi per traguardare nuove e innovative soluzioni per i problemi dell’oggi e del domani, come opportunità per rimettere al centro la valorizzazione del merito e delle competenze alla guida del Paese. Il tema della democrazia paritaria non è affare delle donne ma dell’intera società e la sua realizzazione è indicatore di qualità democratica e misuratore di civiltà, libertà e progresso di una società. È perciò indispensabile completare quel lungo e tortuoso processo di introduzione di correttivi paritari nelle norme elettorali in primis la doppia preferenza di genere sulle schede e in tutte le Regioni. La rappresentanza di cui parliamo è lo specchio del peso e del ruolo che le donne giocano nella società, è lo specchio delle condizioni di vita delle donne, della loro autonomia e della loro effettiva partecipazione allo sviluppo, essenziali a loro volta per prevenire le violenze di genere. Il futuro non può attendere. Le donne neppure».