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Prima si sognava di diventare maghi ed eroi, adesso tutti vogliono imitare XXX. Solo pochi anni fa, perdere la puntata di un cartone animato, e quindi il filo narrativo della storia, era un dramma. Ora l’intrattenimento è compresso in pochi secondi sul cellulare, mentre le storie in televisione iniziano e si concludono in una manciata di minuti. Che i Social abbiano cambiato la nostra percezione del tempo, almeno sul piano visivo, è assodato. Altrettanto palese è l’influenza che i nuovi media hanno sulle persone. A volte in maniera tragica, come dimostra il caso di Antonella, morta a 10 anni per la sfida lanciata su TkTok. E proprio mentre la piattaforma cinese annuncia misure più stringenti per bloccare l'accesso agli utenti minori di 13 anni, InCronaca chiede a Janna Carioli, scrittrice di libri per l’infanzia, quale sia il rapporto tra la letteratura e le nuove forme di comunicazione.  

Quanto è importante la letteratura per i ragazzi? 

«L’editoria dei ragazzi, rispetto a quella per adulti, gode di buona salute. Diverse case editrici, che per anni snobbarono i bambini, tentano ora di lanciare collane junior, per intercettare quell’area che viene definita young adult. Peccato che, terminata la scuola, questo patrimonio si disperda». 

 

Rispetto a social più “visivi”, come Instagram e TikTok, qual è il rapporto con l’oggetto libro? 

«Inesistente. Anche perché è il peso degli strumenti che differisce in modo sostanziale. Harry Potter ha allevato milioni di lettori che hanno sognato di diventare maghetti e si sono travestiti come il protagonista. Ma c’era sempre la consapevolezza del “Faccio come Harry Potter”, non “Sono Harry Potter”. Piattaforme come TikTok, invece, offrono la possibilità di diventare “personaggio”, anche se questo non avviene quasi mai. Nei social, poi, c’è la ricerca frenetica dei followers e dei mi piace: “Esisto perché in tanti dicono che sono figo”. Sono passaggi che i ragazzi compiono per rassicurare se stessi, ma è un sistema valoriale che non ha niente a che fare con il libro».

 

Queste piattaforme hanno però portato a nuove forme narrative. Ci sono ripercussioni nella produzione dei libri?

«Per il momento no, se non come ripresa di tematiche legate ai social inserite nelle trame dei romanzi. Forse alcuni scrittori hanno generato una scarnificazione della lingua, ma inseguire il “giovanilese” è una tattica perdente. Il gergo dei ragazzi cambia, mentre i tempi dell’editoria sono lunghi e permanenti. Se uno pensa di essere sul pezzo perché fa dire “bella vez” a un protagonista rischia che, quando il suo libro sarà uscito, "bella vez" sia diventato un termine obsoleto e imbarazzante». 

 

La durata dei contenuti e degli elementi condivisi sui social si aggira dai pochi secondi al massimo di una giornata. Questo che ripercussioni ha sulla lettura del romanzo, che si sviluppa invece in un tempo prolungato? 

«Questo taglio dei tempi ha influito più sulla televisione che sui libri. Programmi per bambini che prima erano di venti minuti, ora si attestano sui dieci. Ed è stata la pubblicità la prima a comprimere una storia in venti secondi. Chi non è in grado di reggere la velocità, oggi, viene “suicidato” dal telecomando. I romanzi, invece, non hanno accorciato il tempo di lettura. Se fossero atleti, TikTok e i libri correrebbero in categorie diverse, pur trattandosi sempre di storie raccontate. Se dovessi identificare una tendenza in campo editoriale, potrei dire che è cresciuta la quantità di grafic-novel pubblicata e la positiva rivalutazione del fumetto; una forma d’arte più vicina al visivo che al romanzo». 

 

Visti gli ultimi casi di cronaca, legati a suicidi riconducibili direttamente o in parte ai social, crede che questi siano ascrivibili solo ai nuovi mezzi di comunicazione? Ricorda casi analoghi legati alla letteratura tradizionale? 

«Non mi pare di ricordare fatti di cronaca legati a libri. Per quanto appassionante, un libro non ha, agli occhi di un ragazzino, la potenza “drammatica” di un'immagine. Leggendo si ride, si piange, ci si appassiona, si partecipa in modo profondo. Ma soprattutto nelle storie per bambini c’è il salvifico “lieto fine”. I giovani oggi vivono poi un contrasto drammatico fra l'adultizzazione precoce della loro immagine e la fragilità emotiva tipica della loro età. Io sono una sostenitrice del lieto fine nei libri per ragazzi. Credo che si tratti di un messaggio di speranza che non va mai negato». 

 

(1, continua)