DELIBERAZIONE

«Abbiamo visto come i sistemi politico-amministrativi e l’industria sono stati capaci di reagire a un’emergenza come l’epidemia. Perché non siamo altrettanto bravi ad affrontare la sfida del clima, che è molto più grave del Covid nelle sue implicazioni?». Ponendo questa domanda, il professor Rodolfo Lewanski, docente di democrazia partecipativa all’Alma Mater, sottolinea l’urgenza di istituire l’Assemblea cittadina sul clima, per riportare i cittadini al centro delle decisioni verso un cambiamento necessario per fronteggiare l’emergenza climatica. «Il primo articolo della Costituzione recita che il popolo è sovrano – ricorda lo studioso –. Vorrei una robusta iniezione di popolo sovrano».

 

Professore, nel suo libro “La prossima democrazia” prospetta una modalità innovativa di coinvolgimento dei cittadini: la democrazia deliberativa. Ci può spiegare come funziona questo strumento?

«L’assemblea dei cittadini è un meccanismo basato su un piccolo nucleo di cittadini, estratti a campione, che ricevono tutte le informazioni necessarie in modo bilanciato o, se possibile, in maniera neutrale. Poi ne discutono fra loro e sviluppano delle raccomandazioni, possibilmente in maniera condivisa, oppure con una votazione. A questo punto il pallino è in mano a chi ha il potere di attuare queste decisioni. Quindi ci sono poi dei meccanismi di monitoraggio per seguire cosa succede. L’idea che ha l’élite politica – e che hanno anche i cittadini di se stessi – è che siano incapaci di riflettere. Invece i processi di partecipazione deliberativa hanno un altissimo livello di razionalità e ragionevolezza. Lo dimostra l’esperienza empirica».

 

Come e quando è nata l’idea di un’assemblea cittadina sul clima?

«È nata oltre vent’anni fa a Vancouver. Il Canada è uno Stato federale dove ogni provincia ha una sua legge elettorale. Loro avevano un sistema maggioritario e i cittadini erano scontenti. Allora insieme agli accademici della locale università hanno pensato alla Citizens' assembly. Hanno estratto a sorte cento cittadini, metà uomini e metà donne, due per ogni collegio elettorale. Così i cittadini hanno indicato un sistema elettorale che poi è andato a referendum. Da qui piano piano l’idea si è diffusa ed è stata raccolta da Xr (Extinction rebellion, movimento sociopolitico non violento, ndr) in Inghilterra e altrove, e applicata al tema del cambiamento climatico. In una società sofisticata come la nostra, questa è una sfida complessa socialmente, che non si può fare senza consenso: bisogna mobilitare l’intelligenza collettiva».

 

Il progetto di Assemblea deliberativa per il clima a Bologna sta andando nella direzione giusta?

«Già un anno fa Extinction rebellion ha chiesto all’amministrazione un’assemblea di cittadini sul clima. Il Comune di Bologna, come molti altri in giro per il mondo, ha dichiarato l’emergenza climatica. Poi è scoppiata l’epidemia e tutto si è fermato. Ora, dopo uno sciopero della fame di un esponente di Xr, il Comune sembra disponibile a introdurre una Citizens’ assembly. Io spero che facciano sul serio. Ci sono stati due seminari per far comprendere l’importanza del tema ai consiglieri comunali e sono riusciti bene. Ma l’Assemblea deliberativa sul clima bisogna farla subito, perché c’è un’emergenza».

 

Un anno fa in piazza Maggiore nascevano le Sardine. Questo fenomeno può essere letto come una volontà di ritorno a forme di partecipazione?

«Ogni movimento sociale è sempre espressione di questo. Ma una cosa è la mobilitazione e un’altra sono le forme di partecipazione significative, cioè che pesano sulle decisioni. Ai movimentisti la partecipazione deliberativa non piace perché è troppo strutturata. Loro temono che venga trasferito il potere da un soggetto a un altro, quindi ai facilitatori e agli organizzatori. La preoccupazione è giusta, infatti bisogna sempre introdurre meccanismi di garanzia a tutela della neutralità totale del processo».

 

Il Covid ha fatto da acceleratore per la digitalizzazione. Secondo lei, l’idea del Pd di fare eventualmente le primarie online può funzionare?

«L’online a me non convince, perché noi comunichiamo anche in maniera non verbale. Incontrarsi di persona è molto più ricco di comunicazione rispetto all’online, soprattutto se bisogna riflettere insieme ed esplorare a fondo una questione. Detto questo, una cosa è ciò che si pensa sia meglio, un’altra è quello che è possibile: ora si deve evitare ogni forma di assembramento. Io sono realista: facciano le primarie online, perché in questo momento altro non si può fare».

 

A Bologna a che punto siamo sulla democrazia partecipativa?

«Non sufficiente. Noi abbiamo una legge regionale che dà contributi ai Comuni che fanno questi processi, ma poi i temi di cui si parla sono poco significativi e comunque l’ultima parola ce l’ha sempre l’amministrazione: quello che fanno questi processi è suggerire. La partecipazione che si fa in Emilia e a Bologna in particolare, secondo la scala di misura proposta oltre mezzo secolo fa dalla studiosa statunitense Sherry Arnstein, è manipolatoria o addirittura terapeutica, cioè usata per trattare le ansie collettive. Oppure diventa mera consultazione: la cartina tornasole è la quantità di potere che un processo partecipativo implica. Questa è mera coerenza con il presupposto democratico».