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«Si è verificato un salto di qualità da parte della società nella percezione dell’arte contemporanea, che è passata dall'essere un oggetto misterioso e per pochi bizzarri estimatori, a oggetto di desiderio, esempio notevolissimo di status symbol e di impiego intelligente del tempo libero», scrive Marco Meneguzzo, critico d’arte e docente all'accademia di Belle Arti di Brera a Milano, nel suo libro «Il capitale ignorante».

A confermare questa tendenza quasi “popolare” dell’arte contemporanea sono i numeri di Playlist, la proposta digitale di ArteFiera che si è tenuta dal 21 al 24 gennaio. Ora si tirano le  fila di quella che, però, «non è stata una fiera online, quanto la creazione di contenuti culturali trasversali e gratuiti» – ci tiene a precisare il direttore artistico di ArteFiera Simone Menegoi. Il pubblico, infatti, ha aderito con entusiasmo al progetto culturale online con 26.000 visite al sito e oltre 170.000 pagine visitate. I canali social, nel corso dei live, hanno fatto da cassa di risonanza degli appuntamenti: la fan base di Facebook raggiunge 53.200 follower, mentre l’evento Facebook ha raggiunto una copertura totale di 150.000 utenti.

 

E sembra il sintomo perfetto di quanto già anticipato da Meneguzzo nel suo libro: «Quando l’arte è diventata un fenomeno più diffuso, popolare, e ha assunto il ruolo di status symbol alla pari di una Ferrari, uno yacht, un appartamento a Park Avenue o di un figlio che studia economia a Londra, (…) è stata guardata con occhi differenti. Uno status symbol è un oggetto del desiderio, e proprio per questo deve essere destinato a pochi, ma conosciuto e ambito da tutti».

 

E se l’oggetto è desiderato allora vuole essere anche posseduto. Ed ecco il filo rosso di questa proposta digitale di BolognaFiere, “Playlist”, fa riferimento alla possibilità di mettere ciò che più ci piace nella lista dei preferiti e averlo a portata di mano. Un gesto molto comune sia per le canzoni da ascoltare su piattaforme come Spotify, sia per le ricerche online. Ma i “preferiti” sono anche quelli che vengono proposti su YouTube dai “creativi del tubo” che ogni mese si cimentano con proposte must have di prodotti o must whatch di serie tv e film. Un’arte contemporanea che si apre, quindi, a un pubblico di massa e abituato al consumo, anche di immagini.

 

 

Ma la “selezione a cura di” ha anche la funzione di aiutare a scegliere su cosa soffermarsi, diventando un’operazione sia di filtro, nel mare magnum delle possibilità, che educativa, ma anche e soprattutto artistica come nel caso dell’installazione di Stefano Arienti “Zig zag”, realizzata in collaborazione con Istituzione Bologna Musei e con il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna.

Arienti, uno degli artisti italiani più significativi della sua generazione, ha esplorato a distanza e dal suo computer la collezione permanente del Mambo e ha selezionato un’ottantina di opere tra loro, fatte dialogare per consonanze e dissonanze. Il suo cammino è come un racconto in cui, poche frasi che contestualizzano la scelta delle opere, riescono a restituire un nuovo significato e punto di vista autoriale con i quali leggere la collezione del Mambo. E riescono ad emozionare anche chi di arte contemporanea è digiuno.

«Quella di Arienti è un’opera interessante e composta da tanti capitoli diversi come un libro. E, camminando insieme a lui, percorriamo un racconto – suggerisce Roberto Grandi, presidente di Istituzione Bologna Musei –. Come si riesce a creare qualcosa di nuovo? L’innovazione dell’arte è racchiusa nel processo di significazione. Si è autori se si crea un significato e Arienti l’ha fatto mettendo in relazione opere di altri, facendole dialogare con le parole. Questa operazione è lecita? È “arte”? Certamente: il significato di un’opera non è unico, ma molteplice. È una modalità “pop” di creare, mettendo insieme il proprio racconto con le altre opere».