CITTADINANZA

L’ultima ricerca promossa dalla Scuola Achille Ardigò (“Il fenomeno dei social media: la costruzione di comunità nell'area della città metropolitana di Bologna al tempo del Covid 19”), vede la piattaforma Facebook confermarsi come primo social-network d’Italia per ‘frequentazione’, anche in tempi di pandemia. «Il nostro interesse era capire come le pratiche di mutuo aiuto si fossero riorganizzate o attivate in modo nuovo nella fase del lockdown - dice Giulia Ganugi, ricercatrice del dipartimento delle Arti dell’Alma Mater (dipartimento che ha collaborato con l’Ardigò) - E poi ci interessava vedere quale ruolo avessero avuto i social media in questi adattamenti attraverso l’analisi di realtà già online che si occupavano di cittadinanza. Insomma, un progetto (finanziato dalla ‘Fondazione del Monte’), che ha abbracciato un approccio più di tipo sociologico che scientifico, per cercare di riuscire a cogliere le varie sfaccettature dell’emergenza sociale vissuta dai bolognesi in quasi un anno di Covid-19.

 

I dati (raccolti sia da Giulia Ganugi che da Stefano Brilli del dipartimento di comunicazione della ‘Carlo Bo’ di Urbino), ‘parlano’ di 99 gruppi Facebook che si occupano attivamente di cittadinanza («abbiamo raggruppato tutti quei gruppi e pagine che mostravano ‘Bologna’ nel nome o i derivati»), e vedono prevalere i gruppi privati (59) sui pubblici (41). Interessante anche la quantità di follower di questi ‘grandi contenitori’. Infatti, secondo lo studio, più della metà hanno una dimensione media (circa 1,000 iscritti), mentre il 15% vanno oltre la soglia dei 10,000 utenti. Ma qual è la storia di questi gruppi e quali sono le loro principali funzioni?

«I primi a nascere - spiega Brilli - sono stati quelli del cosiddetto ‘vintage cittadino’, sviluppato nella primissima fase di Facebook, cioè attorno al 2013-2014. Esempio emblematico è il seguitissimo ‘Sei di Bologna se…’. Sono gruppi - va avanti Brilli - che si legano molto al tema del ricordo di una città e del ‘come eravamo’». E poi, c’è l’aspetto più ‘pratico’, mai così importante come è stato nel lockdown. «Fra le varie funzioni di questi spazi di aggregazione, spicca l’offerta di informazione a più livelli, con rimandi ad esempio, a link di testate giornalistiche - puntualizza Ganugi - Al secondo posto poi c’è l’elemento di intrattenimento e di ‘chiacchiera’, ma anche la funzione di ‘archivio storico’ non è da meno».

 

Eppure, c’è un altro elemento che nel 2020 è sembrato quasi prevalere sulle altre ‘funzioni’: l’offerta e la richiesta di mutuo aiuto. «Abbiamo notato che le realtà politiche-istituzionali sono poco presenti all’interno di tali gruppi - dicono i ricercatori - Questo non vuol dire necessariamente che c’è un disinteresse, ma ha rappresentato una spinta notevole nel far promuovere ai privati iniziative di mutuo soccorso». Ed ecco quindi i social-media caratterizzarsi, in un momento dove la socialità era pressoché pari a zero, come ‘collettori di solidarietà’. «Un caso esemplare è certo il gruppo ‘Tutta Bologna a domicilio’ - dice Ganugi - che è nato dalla mancanza di informazioni per le consegne a domicilio che esulassero dai noti Just Eat’ o ‘Deliveroo’. Su queste piattaforme infatti - continua - non tutti i gestori del comune comunicavano la loro disponibilità. I cittadini quindi, anche per riscoprire il commercio di ‘prossimità’, si sono auto-organizzati, e hanno creato un grande box che riunisse tutti i dettagli in un unico posto». E così, nonostante restino grandi problemi alla base come il ‘digital divide’ che non permette ai soggetti più deboli di godere dell’Internet, o di veri limiti tecnici come la mancanza di connessione, i social media sembrano comunque aver fornito più opportunità di quello che si pensava prima della pandemia.