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«Dallo sciopero di oggi sappiamo che in alcune scuole aderiranno molti insegnanti anche domani, mentre altri istituti non apriranno nemmeno», ad affermarlo è Ernesta Bevar di Usb Emilia-Romagna, l’Unione sindacale di base che, insieme a Unicobas, Cub, Cobas Sardegna, Osa e Noi Restiamo, ha indetto uno sciopero nazionale della scuola nelle giornate del 24 e del 25 settembre.

A Bologna e provincia sono già numerosi gli istituti comprensivi che hanno aderito. Ad esempio, il numero 7, in via Scandellara, il 21, in via Laura Bassi o il 14, in via Emilia Ponente. Mentre oggi lo sciopero era solo per gli educatori delle cooperative sociali, domani ci sarà anche lo sciopero dei trasporti Tper, dalle 11.30 alle 13.30 e un presidio di fronte alla Prefettura, alle 9.30, in piazza Roosevelt.

 

In molti sciopereranno al liceo scientifico Sabin, che è stato spostato in Fiera, per il sovraffollamento degli autobus. L’istituto comprensivo 15, in via Lombardi, ha aderito oggi e lo farà anche domani. Così come il 2, in via Segantini e il 3, in via della Beverara, ma anche il Longhena.

«Per adesso da iscritti nostri e di altri sindacati di base, sappiamo che tanti insegnanti sono in protesta in scuole superiori come gli istituti Aldini, il “Paolini Cassiano” da Imola, il Salvemini di Casalecchio o l’istituto Tanari. Interi plessi sono stati chiusi», ha aggiunto Bevar.

 

Lo sciopero è rivolto a scuole elementari, medie e superiori e le motivazioni sono ampie.

«C’è stata promessa da mesi una ripartenza in presenza in sicurezza», sostiene Bevar. «Abbiamo sempre detto che i problemi della scuola sono strutturali. Veniamo da 12 anni di austerity nel pubblico impiego, quindi la scuola statale, oltre che la sanità pubblica, la ricerca e l’università hanno pagato il prezzo della crisi del 2008, che si traduce in 12 anni di disinvestimento».

Nella scuola significano meno insegnanti e meno personale Ata, cioè personale amministrativo, tecnico e ausiliario delle scuole, ma anche classi pollaio. «Abbiamo due problemi principali: più di 250 mila precari e le scuole superiori che ospitano dai 1.600 ai 2.600 studenti, di cui molti sono pendolari, perché negli anni il ridimensionamento della rete scolastica, cioè il taglio di istituti ha portato sempre più studenti a doversi spostare».

 

Poi c’è il problema dei posti vacanti e dei contratti Covid, previsti dal decreto Rilancio.

«Quest’anno gli uffici del provveditorato sono alla terza convocazione. Hanno coperto quasi tutti i posti di materia, ma ci sono ancora 350 posti su Bologna e provincia da coprire per il sostegno. E forse gli alunni con il sostegno sono quelli che per primi dovevano essere tutelati a ritornare a scuola». Per il contratto Covid, invece, è difficile trovare qualcuno che lo accetti, in quanto prevede, in caso di lockdown, la perdita dello stipendio da parte del lavoratore e della possibilità di chiedere la disoccupazione.

 

«Vogliamo la didattica in presenza, non quella a distanza. Occorre tutelare il diritto allo studio e al lavoro, senza trascurare quello alla sicurezza. Non si può pensare di affollare i mezzi pubblici, per poi stare distanziati di un metro e ottanta nei ridotti spazi della scuola», conclude Bevar.

 

Uno sciopero per riparlare di scuola, ma anche per riaccendere l’interesse e la partecipazione popolare.