IL COMMENTO

«Entrambi i candidati hanno recitato la parte a loro più consona, con Biden che ha fatto qualche incursione di più al di fuori del suo personaggio di tradizione istituzionale». Massimiliano Panarari, sociologo della comunicazione, docente alla Luiss di Roma e collaboratore di numerose testate, sintetizza così il dibattito tra Trump e Biden della scorsa notte. Lo abbiamo intervistato per analizzare il confronto tra i due candidati e proiettarci verso le prossime settimane di campagna elettorale.


Prof.Panarari, che dibattito è stato quello tra Trump e Biden? E chi secondo lei è il vincitore?


«Tendo a non identificare un vincitore e un vinto, sono state messe in campo due strategie molto nelle corde dei due personaggi. È stato un dibattito molto aggressivo, come da strategia prevedibile di Trump, ma anche come reazioni da parte di Biden. Trump ha optato per una character assassination, come da consuetudine, una strategia basata sulla personalizzazione del nemico e distruzione dell'avversario, a cui s'intona anche una sua opposta personalizzazione in positivo. Biden ha tentato invece di stare più sui temi sui quali i due candidati venivano chiamati a rispondere, ma su suggerimento dei suoi strateghi ha puntato molto sull'attacco a Trump sul tema fiscale, sul mancato pagamento dei contributi, sull'opacità che circonda il suo patrimonio».


La strategia comunicativa di Trump è stata quella di interrompere spesso e di alzare i toni, Biden ha invece cercato di proporsi come candidato moderato e affidabile. Come giudica queste due scelte opposte?


«A me pare che gli attacchi sulla pandemia di Biden abbiano visto una forzatura di Biden rispetto alla sua natura. Biden è chiamato “Sleepy Joe” da Trump, è una figura molto moderata e indirizzata all'appeasement. In questo momento, anche sull'onda dei punti di distacco che mostrano i sondaggi, i suoi strateghi gli hanno detto di mostrarsi sia “presidenziabile”, sia un po' più aggressivo rispetto alle sue caratteristiche. Trump invece è stato quello che è da sempre, l'outsider in ogni circostanza. Siamo al paradosso del candidato in carica, il cosiddetto incumbent, che agisce come fosse lo sfidante. Siamo nelle corde del suo personaggio, si sono visti tutti i tratti che lo caratterizzano».


Quale sarà il tema che inciderà di più nei prossimi due dibattiti? La gestione dell'epidemia, la situazione economica, il dibattito sull'ingiustizia razziale o altro?


«Io credo che la questione delle tasse sarà quella decisiva, con Biden che ha già mostrato di voler battere forte sul tema. Sicuramente verrà molto utilizzata nel discorso mediatico, insieme anche alla questione delle conseguenze economiche della pandemia. Biden ha sferzato Trump, accusandolo di non essere in grado di gestire l'economia americana. Tema che era invece il punto forte di Trump prima della pandemia. Il tema razziale sta da sempre in filigrana, si tratta di vedere se qualcosa accadrà di qui alle prossime settimane che riporti l'attenzione su una questione che è una delle grandi lacerazioni della coscienza americana. Se scoppieranno nuove emergenze, se ci saranno nuove violenze, si potrebbe tornare a vedere una polarizzazione sul tema».