REQUIEM

«Il contrario di rivoluzione è politica». A parlare è Maurice Bignami, ex comandante politico e militare di Prima Linea, tra i promotori del processo di dissociazione che pose fine alla lotta armata dell'organizzazione terroristica attiva negli anni Settanta in Italia. Nel suo ultimo libro, “Addio Rivoluzione” fa i conti con quella stagione di lotte e militanza, per chiudere la partita con un passato altrimenti destinato a tornare. Nato in Francia, a Neuilly sur Seine, 69 anni fa, Maurice Bignami ha vissuto un pezzo della sua gioventù a Bologna, prima di laurearsi in archeologia preistorica alla Sapienza, a Roma. Suo padre, Torquato Bignami, dirigente comunista e comandante della divisione Modena durante la resistenza, fu esule in Cecoslovacchia prima di stabilirsi in Francia. Militante nella Fgci (Federazione giovanile comunista italiana) e poi di Potere Operaio e Autonomia Operaia, dalla fine degli anni Settanta è stato comandante politico e militare di Prima Linea. Bignami è stato processato per banda armata e condannato per gli omicidi di Carlo Ghiglieno, dirigente Fiat, e del barista Carmine Civitate a Torino. Nel 1981 fu arrestato e dal carcere divenne uno dei promotori della dissociazione politica, culminata nello scioglimento delle bande armate e lo smantellamento dell’ideologia, simbolicamente espressi dalla consegna delle armi al cardinale Carlo Maria Martini e di Prima Linea al Partito Radicale. Un percorso che iniziò nel penitenziario delle Murate, a Firenze, nel 1983. Fu l’ultimo degli ex militanti di Prima Linea a lasciare il carcere.  


Maurice Bignami, perché dedicare un requiem agli anni Settanta?

 

«Sono stati anni gonfi di speranze, ma anche molto drammatici. È arrivato il momento di chiudere con quella stagione, ma per farlo non basta rimuoverla. Senza farci i conti, il passato rischia di tornare, come un fantasma. Lo dimostrano realtà come il Movimento Cinque Stelle. La sua ossessione per i comitati, le assemblee, la passione per le utopie più sgangherate, il mantra secondo cui “uno vale uno”. È come se tutti gli slogan del ‘68 si fossero reincarnati, aggiungendo una dose di “cattiveria giustizialista”. In questo, e in movimenti come i NoTav, non c’è niente di inventato: è lo spirito di allora che riemerge, anche a causa di questa assenza di memoria. Credo che avendo consapevolezza della reale origine di certi fenomeni, se ne farebbe volentieri a meno. Il mio è un requiem ironico, ma anche pieno di affetto per un’epoca che ho vissuto appieno, attraversandone le grandi speranze e la voglia di fare. Non posso negare la buona fede che ha animato quella stagione, ma visto come è finita, è meglio essere lucidi e spietati e farci i conti una volta per tutte».

 

E com’è finita?

 

«È evidente. Le identità collettive non esistono più. Identità che si definivano in base all’appartenenza a una data classe sociale e lavorativa, alla provenienza geografica, alla religione. Essere un operaio era una componente fortissima nella determinazione della propria identità personale. Un’identità per certi versi vincolante. Oggi, tutto questo non esiste più. Il ventunesimo secolo è una sorta di landa desolata, dove prosperano i narcisisti gregari. Una condizione drammatica, complicata da vivere perché mancano riferimenti forti. Sono venuti meno i corpi intermedi: dai sindacati, ai partiti, fino alle parrocchie la cui tenuta ha ricevuto il colpo finale con questa pandemia. Ma è anche una stagione straordinaria perché ha in sé enormi possibilità per lo sviluppo dell’individuo e della sua personalità».

 

È possibile una politica senza o al di là delle ideologie? Che forma ha la politica oggi per Maurice Bignami?

 

«Spesso mi chiedono cosa voglia dire con le parole “addio rivoluzione” e cosa sia il contrario di rivoluzione. Qualcuno potrebbe dire: reazione, controrivoluzione. Se si prosegue lungo questo dualismo non se ne esce. Sembra paradossale, ma il contrario di rivoluzione è proprio “politica”, intesa come capacità di attuare il necessario, il possibile. Un’affermazione che può sembrare un’ammissione di debolezza, ma non lo è. Compromesso è la capacità di sedersi a un tavolo e ricercare, momento dopo momento, le risposte possibili (e realizzabili) a esigenze e bisogni concreti. Un discorso che stride con tutti quelli che hanno, invece, la rivoluzione come sfondo ineludibile. Faccio un esempio: oggi si è tornati a parlare di ius culturae. Questo è il momento di agire per cogliere l’opportunità e concretizzare il traguardo. Non servono a nulla le contestazioni fini a se stesse: non portano alcun risultato».

 

La stagione del terrorismo è stata una stagione di speranze?

 

«La lotta armata è solo una parte di quella storia, forse persino la meno significativa. Gli anni Sessanta e Settanta sono stati tremendi, ma non solo per demerito nostro. In quei decenni, si sono condensate variabili di medio e lungo termine, frutto di dinamiche più generali. È stato il passaggio finale del ciclo rivoluzionario apertosi con la rivoluzione francese del 1789. Sono stati anni di rivoluzioni non solo politiche, ma anche sociali e dei costumi. Lo dimostra l’emergere dei movimenti femministi e per i diritti omosessuali. Tutto questo, nel quadro della Guerra Fredda. L’Italia si trovava su una linea di faglia. Entrambi i blocchi trovavano conveniente che il Paese fosse costantemente destabilizzato. Debole nelle istituzioni e fragile nell’idea di sé. Questo è stato il Paese della strategia della tensione, di diversi tentativi di colpo di Stato e dove il periodo compreso tra gli anni Sessanta e la fine degli Ottanta presenta una assoluta peculiarità. Altrove in Europa i moti del ‘68 non durarono che qualche mese. Qui lo slogan “studenti e operai uniti nella lotta” assunse una forma quanto mai concreta, segnando una stagione di lotte durata anni. L’Italia fu il Paese che espresse i più alti livelli di guerriglia e violenza politica del mondo capitalistico. Questo quadro ci restituisce una complessità che va ben al di là della lotta armata, innesco di grandi cambiamenti».

 

Ritiene che sia in atto una rimozione di cosa quegli anni sono stati nella nostra storia?

 

«Il Novecento, tutto il Novecento, è stato un secolo terribile. Noi che ne abbiamo vissuto le vicende, dobbiamo riappacificarci con noi stessi. Altrimenti i fantasmi di quel passato sono destinati a tornare con manifestazioni irrazionali, irriducibili, violente. Purtroppo noi abbiamo vissuto una cesura: la mia generazione, quella dei baby boomers, ha rinunciato a trasmettere la memoria del proprio tempo a quelle successive. E questo è rischioso. Quando entro nelle scuole, mi trovo di fronte a ragazzi che mitizzano quegli anni e altri che, invece, li guardano come un passaggio storico qualsiasi. Per questo ho scritto “Addio rivoluzione”: è giunto il momento di prendere coscienza di ciò che è stato. Di riportare a quegli anni chi li ha vissuti ma anche chi è arrivato dopo, recuperando la memoria del loro fermento e di quanto di tremendo vi è accaduto».

 

Cosa risponde a chi afferma che un ex terrorista non ha nulla da insegnare, specie ai giovani?

 

«Qualsiasi sia la scelta, parlare o tacere, è sbagliata. È una posizione scomoda, la mia, ma credo di avere il dovere di parlare. Per questo ho iniziato a scrivere. Per rispondere a una domanda ben precisa».

 

Quale?

 

«Come è possibile che il Paese coi più alti livelli di lotta armata dell’Occidente capitalistico, a un certo punto, ne è uscito? L’Italia, che aveva nelle sue carceri migliaia di detenuti per lotta armata, come ha fatto a disinnescare quella macchina infernale? Il mio intento è far emergere i tasselli mancanti di questa storia, raccontando il processo di dissociazione politica che portò prima allo scioglimento dell’organizzazione, poi alla consegna delle armi al cardinale Carlo Maria Martini, infine alla consegna simbolica di Prima Linea ai Radicali nel 1987 come opzione per la non violenza. Un percorso che ebbe inizio con il congresso di Prima Linea al carcere delle Murate di Firenze, nel 1983. Quando iniziarono i processi di secondo grado, tutti gli ex militanti erano oramai d’accordo con l’idea di ricostruire la storia del gruppo per metterla nelle mani della magistratura. All’inizio, i rapporti coi magistrati furono complicati. Gli unici a prenderci sul serio, fin da subito, furono i cappellani delle carceri. Noi però volevamo valorizzare al massimo l’occasione processuale, raccontando fino in fondo come erano andate le cose. Scelta che ha consentito anche un avvicinamento ai parenti delle vittime e la costruzione graduale di un rapporto con il ceto politico, dentro e fuori le istituzioni. In quattro anni, dall’83 all’87, confrontandoci con la politica istituzionale, abbiamo partecipato alla stesura di una legge per la scarcerazione dei detenuti per lotta armata. Siamo riusciti a restituire al gioco democratico un’intera generazione ribelle, che aveva imbracciato le armi. Un fatto straordinario, che non può essere dimenticato».

 

Chi furono i vostri interlocutori politici?

 

«La sinistra non ci sostenne per niente: i rapporti con il Pci, che ancora non aveva fatto i conti con il suo totalitarismo, furono complicati. Non meno con l’Msi, portatore di una storia ben nota. A compromettersi di più, furono il Partito socialista e, soprattutto, la Democrazia cristiana. I più capaci, per loro stessa natura, di capire la nostra critica ai totalitarismi».

 

Cosa pensa del caso Moro?

 

«È una storia che non mi appartiene e quel poco che ne so, l’ho scritto nel libro».

 

E delle Brigate rosse?

 

«Lo stesso. Noi abbiamo portato la nostra storia alla luce nella sua interezza a differenza delle Br, la cui vicenda è ancora costellata di lacune e buchi neri».

 

(1, continua)

 

Maurice Bignami al processo di Torino (primo grado) nel 1982