Mondo cattolico

La partita della chiesa si gioca sul digitale. Questo è quello che si evince dalle parole di don Luca Peyron, direttore della Pastorale universitaria di Torino e del Piemonte, intervenuto a conclusione della “Tre giorni del clero” di Bologna. Davanti alla platea del cinema Fossolo, Peyron ha parlato delle nuove sfide della chiesa, evidenziando come sia necessario per l’istituzione ecclesiastica non restare fuori dal mondo virtuale, se vuole sopravvivere. «Oggi non ha più senso la distinzione virtuale/reale, perché oggi in certi casi il virtuale è molto più reale del reale stesso. Pensiamo solo al fatto che il Covid ha annullato tutti i nostri contatti reali e che, in questa situazione, è stato determinante invece il virtuale, perché è stato ciò che ha custodito le relazioni e ci ha permesso di stare distanti e non ammalarci».

 

Per il “don dell’innovazione” - come lo hanno chiamato in molti - il digitale è uno spazio in cui si sviluppa la vita degli uomini, con le loro scelte e i loro valori. La cultura è ormai sul web. Il gioco è ormai sul web. Le relazioni sono ormai sul web. E allora si capisce l’importanza per la chiesa di avvicinarsi a uno strumento che molti nell’ambiente guardano ancora con scetticismo: «La tecnologia può essere al servizio della fede e viceversa. È importante capire che il linguaggio religioso è stato del tutto assorbito dal linguaggio tecnologico. Ad esempio, quando scriviamo una tesi la prima cosa che facciamo è salvarla, dandole un nome. Beh, non è la genesi questa? E poi magari quel documento lo mettiamo in circolo tramite un cloud. Ecco che spuntano i concetti di condivisione, comunità… e questa è tutta roba nostra. Come si fa allora a dire che la chiesa non c’entra niente con il digitale?». Peyron ha concluso illustrando al pubblico una serie di obiettivi che il mondo ecclesiale dovrebbe perseguire: un’agenda digitale ecclesiastica, l’evangelizzazione delle macchine (che non vuol dire fare messe in streaming - a cui Peyron è contrario - ma, ad esempio, l’annuncio della catechesi tramite il digitale, o lo sviluppo di sistemi che permettano ai fedeli di fare attraverso la rete delle esperienze per alcuni altrimenti impossibili) e la spiritualità digitale, ovvero l’ascolto intergenerazionale tra due gruppi, i giovani e gli adulti, che devono cooperare affinché la comunità cattolica riesca a cogliere l’opportunità della digitalizzazione.

 

Presente all’incontro anche l’arcivescovo della diocesi di Bologna Matteo Maria Zuppi, che ha sugellato le parole del don affermando: «La rivoluzione digitale a cui stiamo assistendo è importante tanto quella industriale di qualche secolo fa. E forse siamo solo l'inizio. È evidente che c’è una rivoluzione antropologica in atto e noi non possiamo certo rimanere indietro. Dobbiamo sempre considerare i nostri punti di forza, ma non possiamo nemmeno restare aggrappati a quello che abbiamo, altrimenti perderemo tutto».