L'intervista

Elena Ugolini, preside del Liceo Malpighi, alla cerimonia di consegna del ricavato dalla raccolta fondi "Apriamo gli occhi"

 

Il primo giorno di scuola è arrivato oggi anche per i ragazzi del liceo Malpighi. E per l’occasione è stato consegnato al Banco di solidarietà e alle Suore missionarie della carità di Bologna il ricavato dell’iniziativa “Apriamo gli occhi”, una raccolta fondi per le famiglie più bisognose organizzata durante il lockdown dagli studenti insieme alla Banca di Bologna, che ha raddoppiato la somma raggiunta arrivando così a 14mila euro. Presente alla cerimonia anche Elena Ugolini, preside delle scuole paritarie Malpighi ed ex sottosegretario all'Istruzione sotto il governo Monti. Intervistata da InCronaca, ha parlato della ripartenza delle scuole.

 

Quali sono le sue prime impressioni sul rientro? State riscontrando delle criticità nell'organizzazione?

«I ragazzi sono felicissimi di tornare. È importante però ricordare loro che l’utilizzo della mascherina, il mantenimento della distanza e l’igienizzazione sono i tre passepartout per continuare a venire a scuola. Se, infatti, ci sarà anche un solo positivo, la Asl di Bologna potrà chiedere di bloccare tutto, quindi il rispetto delle regole è fondamentale».

 

Questione aule in Fiera: c'è chi ha parlato di soluzione sbrigativa, chi ha elogiato il progetto. Lei da che parte sta?

«Per me è stata un’idea stupenda. I presidi che hanno lavorato durante l’estate per portare avanti questo progetto sono persone che hanno a cuore la scuola. E proprio per questo hanno messo da parte la soluzione più facile – quella dei doppi turni – e hanno trovato un modo per permettere a tutti gli studenti di andare alle lezioni in presenza. Questo è segno di grande capacità di iniziativa e responsabilità. E poi il padiglione progettato dall’architetto Cucinella è stato pensato per avere le sembianze di una scuola vera e propria».

 

Ieri si è appunto ricominciato, eppure mancano ancora tanti insegnanti in regione, solo a Bologna oltre 12mila. È stata una ripartenza affrettata? Si poteva aspettare qualche giorno in più?

«No, ripartire ieri è stato giusto. Se avessimo aperto il primo ottobre saremmo stati nella stessa situazione, perché siamo un paese incapace di pianificare. Già ad aprile sapevamo cosa sarebbe stato necessario per riprendere, ma abbiamo tergiversato con proposte inutili, come quella di mantenere una distanza di due metri tra gli alunni. Ci si è messo poi il documento del comitato tecnico scientifico di fine maggio, che parlava di distanziamento anche durante gli spostamenti. E così è stato stabilito che sono sufficienti mascherine e distanza di un metro solo a fine agosto. Ma bastava poco per avere linee di intervento più chiare».

 

Ieri circa cento insegnanti precari, molti della provincia di Bologna, hanno denunciato delle irregolarità nella gestione delle graduatorie per i supplenti. Lei negli anni ha evidenziato più volte il bisogno di rivedere le modalità di assunzione dei docenti. A tal proposito, come pensa stiano agendo le istituzioni in questo momento?

«Le istituzioni fanno quello che possono e sono piene di persone di buona volontà. È tutto il sistema che in Italia non funziona: dalla formazione iniziale a quella continua, dalla selezione dei docenti alla valorizzazione della professionalità. L’emergenza ha esasperato problemi che già c’erano e che non si risolveranno finché la scuola sarà pensata come ammortizzatore sociale. Ovvero: basta che uno bussi alla porta per essere assunto. Non può e non deve essere così. Il diritto dei supplenti a insegnare non può venire prima del diritto di uno studente ad avere lo stesso insegnante per più di due anni».

 

Decreto rilancio: alla fine sono stati 300 i milioni di sostegno alle scuole paritarie, per un aumento del 60% rispetto al budget annuale. È soddisfatta di questa misura?

«Diciamo che è un piccolo passo, ma sarebbe interessante cogliere questa occasione per avvicinarsi al resto d’Europa, dove le famiglie, grazie agli aiuti dello Stato, sono libere di decidere se mandare i figli in una scuola pubblica o in una paritaria. In Italia, invece, se sei ricco ti puoi permettere un’ampia gamma di possibilità, altrimenti sei costretto a frequentare la scuola che viene scelta per te. Non mi fraintenda: non voglio difendere un recinto, ma la scuola nel suo insieme. Quello che mi interessa è che ovunque ci siano scuole – di qualunque tipo, nel rispetto degli ordinamenti nazionali – dal personale ben preparato. In questo senso, spero che i soldi del Recovery fund siano utilizzati per finanziare un percorso a lunga distanza e non per progetti tappabuchi volti a conquistare il consenso immediato».