VOTO

«Il vero problema è avere un progetto di riforma costituzionale ispirato all’antiparlamentarismo». Così il professor Piero Ignazi, politologo e docente Unibo, esprime la sua posizione in merito al referendum sul taglio dei parlamentari. Nelle giornate del 20 e 21 settembre gli italiani saranno chiamati a votare a favore oppure contro la riduzione del numero dei deputati (che passerebbero dagli attuali 630 a 400) e dei senatori eletti (da 315 a 200).

 

Professore, lei si è schierato per il “no” al referendum. Può spiegare brevemente le ragioni?

«Le ragioni sono due sostanzialmente. La prima è che con il taglio dei parlamentari, in un sistema di bicameralismo perfetto come il nostro, avremmo una camera molto piccola che deve svolgere le stesse funzioni di una molto più grande. Per come sono organizzate adesso queste camere, risulterà praticamente impossibile per i senatori essere presenti nelle varie commissioni, che sono il luogo dove si svolge la maggior parte dell’attività legislativa. Con un numero così ridotto di senatori, il Senato non avrà la capacità di svolgere la sua funzione così come disegnata adesso dalla Costituzione. Quindi, per quanto riguarda il funzionamento, questo cambio costituzionale mette in crisi un altro pezzo dell’assetto costituzionale. Ragionando sul senso politico ideale di questo referendum, è stato detto che “il Parlamento è un luogo dove i deputati non fanno niente e sono solo un costo, quindi vanno tagliati i costi”. Come sempre, quando qualcuno ritiene di tagliare i costi alla democrazia, le fa un pessimo servizio. Questa cultura antiparlamentare e antipolitica che è la motivazione con cui questo referendum è stato presentato, costituisce, a mio avviso, un altro motivo fortissimo per il no a questo taglio dei parlamentari».

 

Se il taglio dei parlamentari fosse accompagnato da una revisione della legge elettorale e dei regolamenti parlamentari, il referendum avrebbe un altro significato, cambierebbero le cose?

«Certo, perché i numeri non sono degli indicatori fondamentali. Il numero dei parlamentari può tranquillamente essere ridotto, ma bisogna farlo con una certa razionalità. Si può anche pensare a una riduzione, però ovviamente in termini non solo di regolamenti ma anche di funzioni, quindi un altro intervento costituzionale quale quello relativo alle funzioni e ai poteri del Senato. Si tratta ben di più di una legge elettorale o di regolamenti parlamentari, si tratta di ripensare l’assetto istituzionale del Paese».

 

Per i sostenitori del sì, oltre alla questione del risparmio, bisogna considerare anche che il numero dei parlamentari in Italia è fra i più alti in Europa.

«Giusto, ma io risponderei: “E allora?”. Poi dipende da cosa consideriamo per parlamentari: entrambe le camere o una camera sola? Negli altri Paesi, chi svolge l’attività legislativa è quella che si chiama la camera bassa: la Camera dei deputati, l’Assemblea nazionale in Francia, il Bundestag in Germania, la Camera dei comuni in Gran Bretagna. Se confrontiamo le camere basse, alcune sono superiori e altre inferiori: i nostri 630 sono meno dei tedeschi e sono vicini a inglesi e francesi. Se consideriamo entrambe le camere, allora c’è il problema del Senato: non possiamo confrontare quello italiano, che ha le stesse funzioni di una camera bassa, con i senati degli altri Paesi che hanno poteri e funzioni completamente diverse».

 

La vittoria del sì oppure del no al referendum comporterebbe due situazioni differenti rispetto alla legge elettorale?

«No, direi che non c’è relazione».