Africa

La caduta del governo di Ibrahim Boubacar Keita in Mali ha scosso il continente africano e il nostro, visto che è uno stato strategicamente fondamentale non solo per gli africani ma anche per gli europei: in Mali infatti buona parte del Vecchio Continente partecipa con contingenti più o meno corposi a diverse operazioni, tra cui Takuba, che ha già portato nel paese 300 francesi. La Francia soprattutto ha tutti gli interessi a mantenere il controllo della sua ex colonia: sul paese ha infatti già stanziato 5100 soldati. Le operazioni militari dovrebbero servire ad arginare l’ondata jihadista che imperversa specialmente nel nord del paese, dove in giugno scorso proprio i francesi avevano ucciso Abdelmalek Droukdal, considerato la mente dell’organizzazione terroristica nel Maghreb. Questo golpe potrebbe essere un segnale di cambiamento? Abbiamo chiesto a Luciano Pollichieni, ricercatore e autore di Limes periodico di geopolitica, di fare luce su queste vicende.

 

Il presidente del Mali, Keita, ha rassegnato le dimissioni e accusato la vicina Costa d’Avorio di “ingerenze esterne” legate al golpe. È possibile?

«Un quadro definitivo delle dinamiche si potrà fare solo dopo alcuni anni. Come prima impressione direi che è un escamotage, visto anche che lo stesso Keita, che durante la sua presidenza ha dovuto gestire anche una guerra civile, non ha avuto invece nulla da dire sul suo ex alleato e presidente del Burkina Fasu Kaborè. Quest'ultimo sembra abbia ottimi contatti con le milizie locali, che potrebbe usare per destabilizzare il suo paese e il Mali. Ma non so quanto possa funzionare una destabilizzazione africana»

 

Anche per via del coinvolgimento francese?

«Sia Costa d’Avorio che il Mali fanno parte della cosiddetta Françafrique e la Francia ha ottimi rapporti con entrambi. La vedo un po’ complessa, e poi la Costa D’Avorio avrebbe dovuto destabilizzare il Mali visto che i gruppi jihadisti che vi imperversano sono gli stessi che organizzano gli attentati nel loro Paese? La teoria del coinvolgimento ivoriano mi sembra piuttosto un colpo di coda di un presidente che ha sentita vicina la fine del proprio potere»

 

Il golpe maliano potrebbe creare cambiamenti significativi?

«Il fatto è questo: in Mali è sempre stato un evento ciclico quello di un golpe militare. Anche giornalisti freelance sul luogo aspettano a chiamarlo “cambiamento” perché non è detto che ci sia un rinnovamento dell’establishment. Magari tra sei mesi troviamo nel palazzo di Bamako qualcuno che apparteneva alle forzi militari. Va anche considerato che l’esercito maliano, per quanto influente, sai cauto nel dire che è determinante in questo frangente: si tratta di circa 20 mila uomini circa in un paese enorme»

 

Si è trattato di un evento improvviso o di un evento annunciato?

«I militari hanno messo fine a una situazione insostenibile, sia sul piano militare che su quello politico: quattro mesi di proteste costanti, l’establishment religioso e politico che hanno scaricato un presidente scomodo anche a livello internazionale. I militari hanno voluto dare un colpo di grazia. Se questo comporterà un cambiamento nell’establishment o un nuovo volto come presidente, bisogna aspettare per saperlo»