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Il New York Times arriva su Netflix trasformandosi anche in casa di produzione televisiva e cinematografica. L’obiettivo è quello di allargare il mercato mondiale dell’editoria. Una scelta che sicuramente farà storia. Abbiamo chiesto a Tommaso Valente, 43 anni, regista freelance di docufilm, come sta cambiando il mondo del giornalismo legato alle produzioni video in Italia, soprattutto per i formati di approfondimento.

 

Il New York Times arriva su Netflix. Qual è la situazione in Italia?

«In Italia è tutto ancora molto pioneristico. Il New York Times arriva su Netflix da un decennio di Op-docs, una rubrica di documentari d’opinione con una visione autoriale legata al giornalismo. Questo ha abituato il pubblico ad avere un approccio diverso con l’informazione. Netflix è un canale di distribuzione molto forte che, oltre all’intrattenimento, si sta avvicinando al giornalismo includendo una parte di pubblico che fino a questo momento era tagliata fuori».

C’è una realtà italiana che secondo lei ha intrapreso un percorso importante di investimenti per l’audio-video anche al fine di aumentare i propri abbonamenti?

«La capacità degli inserzionisti del New York Times non è paragonabile a quella di Repubblica o del Corriere. I budget per produrre docufilm o serie giornalistiche sono molto alti. Le grandi testate potrebbero però provare a trovare degli investitori o fare degli accordi con le società di produzione e realizzare dei propri formati d’approfondimento.

Un ruolo importante potrebbe svolgerlo “Rai Play” che ha la possibilità di sperimentare senza la preoccupazione dell’aumento degli abbonamenti. In questo modo si potrebbe attirare un pubblico che vuole approfondimento e informazione e che, in questo momento, non ha una collocazione in Italia. Il servizio pubblico potrebbe fare scuola».

Quanto conta per il futuro e il presente del giornalismo puntare su produzioni video di qualità?

«È necessario. Nell’ultimo decennio abbiamo visto l’abbassamento della qualità e l’aumento della quantità. Oggi le piattaforme on-line stanno generando un pubblico nuovamente attento. E l’attenzione ha bisogno di qualità».

Non siamo abituati a vedere dei long form video sulle piattaforme delle testate italiane.

«In Italia assolutamente no. In Inghilterra e negli Stati Uniti, dal Guardian al New York Times, invece c’è una tradizione di pubblicazioni di prodotti video di diverso formato. Il Guardian in particolare ha fatto della strategia video un elemento importante della sua linea editoriale. ha diversi commissioning editor che commissionano a freelance ed esterni dei prodotti video o raccolgono le proposte arrivate in redazione e le riportano all’editore».

Da freelance è più difficile piazzare sul mercato un lavoro rispetto all’avere una testata forte alle spalle?

«Il lavoro da freelance permette di lavorare in maniera molto più indipendente, non legata alle esigenze redazionali e dell’emittente ma a quelle del racconto che la realtà ti mette di fronte. Io cerco delle storie, scrivo la sceneggiatura e la propongo alle case di produzione. Lavorando per una testata si è più vincolati».  

Come nasce un docufilm?

«Tutto nasce dall’idea. Le storie dei personaggi e delle persone devono essere al centro. Per me è fondamentale l’approccio narrativo che poi può essere sviluppato in vari modi, dal cinema del reale all’inchiesta, dall’intervista al documentario classico».