L'INAUGURAZIONE

«Durante il lockdown c'è stato un calo enorme del numero delle chiamate, poi c'è stata una nuova esplosione. Molte donne ci han raccontato che non riuscivano a contattarci perché il maltrattante era in casa e glielo impediva, altre non avevano capito che per chiedere aiuto si poteva uscire». Caterina Righi, operatrice della Casa delle Donne, racconta con amarezza l'aumento dell'insicurezza durante la pandemia per molte donne legate a compagni violenti, così come per i loro bambini.

 

L'apertura dal 15 luglio di "Proseguire", casa rifugio ad alta valenza educativa, a opera della Casa delle Donne di Bologna, intende aggiungere un ulteriore strumento di supporto alle donne che cercano di rompere queste dinamiche. Nelle "classiche" case rifugio le donne vittime di violenza passano infatti in media 6-9 mesi insieme ai bimbi. Vengono assistite da operatrici che lavorano sulla rimozione del trauma, così come da educatrici impegnate in un lavoro specifico per i bimbi che hanno assistito a violenze.

 

Alcune situazioni però si rivelano più difficili. «Abbiamo visto a volte come, finito il tempo di ospitalità in casa rifugio, nel periodo di alloggio successivo in comunità mancava alla donna un lavoro specifico sulla violenza. Ci siamo allora chieste: perché non proviamo a fare tutto noi?», racconta Righi. Nasce da qui allora l'idea di "Proseguire". Il progetto, realizzato con l'aiuto del Comune di Bologna e sfruttando un finanziamento giunto dalla Regione Emilia-Romagna, mira a offrire un affiancamento mirato e approfondito a chi subisce maltrattamenti, che vada oltre la protezione della violenza. Questo per permettere alla donna di compiere il suo percorso specifico di uscita dal trauma, senza però rinunciare al lavoro sulla relazione con i figli e senza perdere di vista l'obiettivo del reinserimento sociale e occupazionale.

 

La nuova casa rifugio ad alta valenza educativa è poi differente dalle semplici case rifugio in quanto immaginata per donne caratterizzate da una forte fragilità genitoriale. «Il trauma del maltrattamento interno alla famiglia ha un effetto danneggiante anche sul rapporto madre-figlio, perché i bambini assistono alle violenze assistono a scene in cui la madre è sottomessa o discriminata in loro presenza», osserva Righi.

 

L'immobile, acquisito nel 2012 dalla Casa delle Donne in seguito a una donazione privata, ospiterà tre nuclei di donne maggiorenni con figli, italiane e straniere, provenienti dall'area metropolitana bolognese. Si parla di massimo nove persone per un tempo di permanenza ipotizzato di circa un anno. "Proseguire" si aggiunge alle altre tre case-rifugio gestite dalla Casa delle Donne (la prima è attiva dal 1990, anno in cui è stato inaugurato anche il centro antiviolenza) dove sono ospitate 21 tra donne e bambini e alle due case di pronta accoglienza in cui alloggiano 17 tra donne e bambini. Ma ancora non basta.

 

«L'anno scorso abbiamo dovuto lasciare fuori 47 donne con rispettivi figli che avevano fatto richiesta di aiuto», sottolinea Righi. «Donne poi ospitate in altri luoghi in seguito all'intervento del Pris (Pronto Intervento Sociale), che agisce a supporto di ogni emergenza abitativa, non solo per violenza. È chiaro però che il lavoro che viene fatto da noi è diverso». Servono dunque ulteriore sensibilizzazione e maggiori investimenti? «Sì – conclude Righi - ma siamo sulla strada giusta. I progetti ci sono, vengono finanziati, crediamo si stia capendo che c'è bisogno di più».