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«Ho lavorato nello stesso studio legale per sette anni con partita iva. Con la nascita di mio figlio ho dovuto dare le dimissioni: ero in difficoltà a gestire sia il mio lavoro che gli impegni da neo-mamma. I miei genitori e i genitori del mio compagno non sono a Bologna e il mio stipendio sarebbe bastato solo a coprire i costi di una baby-sitter. Ho provato a iscrivere mio figlio al nido pubblico ma le liste sono lunghe e lui non è rientrato. I nidi privati sono per noi fuori portata», afferma Maria, 35 anni, una giovane professionista che, come molte altre donne lavoratrici e madri, ha avuto difficoltà a conciliare lavoro e famiglia, scegliendo di dedicarsi alla seconda.

Secondo i dati dell’Ispettorato del lavoro, solo lo scorso anno in Italia, su un totale di 51 mila dimissioni e risoluzioni consensuali complessivamente censite, 37 mila hanno riguardato neo-mamme. In percentuale, quindi, il 73% delle volte la scelta di lasciare il lavoro per accudire i figli è della donna.

Anche in Emilia-Romagna i dati sono allarmanti. Delle 5.447 dimissioni convalidate a genitori, 1.879 hanno riguardato i padri e ben 3.568 le lavoratrici madri, concentrate nella fascia d’età 29-44 anni e con un’anzianità di servizio che in più della metà dei casi è inferiore a tre anni. Nel 2018 erano state 3.305. Numeri che per il 2020 tendono a salire vertiginosamente a causa della pandemia che ha aggravato il fenomeno e per cui saranno ancora una volta le donne a pagarne il prezzo più alto.  

La situazione che si delinea è preoccupante e necessita di risposte rapide anche da parte della politica. L'assessora regionale delle Pari opportunità Barbara Lori ha riunito nei giorni scorsi un Tavolo permanente per le politiche di genere. «È forte la consapevolezza di quanto l’emergenza Covid abbia inciso negativamente sull’occupazione, per questo stiamo raccogliendo in modo sistematico i dati che ci consentiranno di avere, nel giro di poche settimane, un quadro preciso delle tendenze del mercato del lavoro in Emilia Romagna, con particolare riferimento all’occupazione femminile», dichiara l'assessora che aggiunge: «Evitare che siano le donne a pagare il prezzo più alto in termini di scelta “obbligata” fra accudimento familiare e lavoro, come invece sta purtroppo accadendo, è l’obiettivo sul quale stiamo lavorando. Due le priorità: la definizione di un modello di smart working adeguatamente normato in grado di tutelare gli spazi di autonomia ma anche di crescita professionale e la promozione di interventi che consentano di ridefinire il carico di lavoro familiare attraverso il potenziamento dei servizi educativi, scolastici e sociali».

Anche Orietta Ruccolo, componente della segreteria regionale Cisl stima che i dati per il 2020 subiranno un ulteriore incremento rispetto al 2019. «Inevitabilmente si avrà una sensibile crescita del numero delle dimissioni delle lavoratrici madri. Soprattutto nel periodo del lockdown con la chiusura delle scuole, dei centri per gli anziani e dei disabili e con il fermo degli altri servizi, il carico di cura – già sulle spalle delle donne – si è incrementato», sostiene Ruccolo che con il sindacato ha elaborato una serie di proposte sul tema consegnate all’assessora Lori e dalle quali è partita una collaborazione e un dialogo con la Regione. «Riteniamo che politiche di genere strategiche siano indispensabili in questo momento. Serve un welfare integrato, pubblico e aziendale, congedi straordinari Covid e parantali senza che il lavoro da casa diventi un boomerang per le donne, pressandole ulteriormente con un carico di lavoro e di cura. Inoltre, è necessario investire nell’occupazione femminile qualificata e nella formazione continua che apra prospettive di carriera e che possa colmare il gap salariale esistente tra uomini e donne a parità di mansioni», sottolinea la sindacalista.

Stando ai dati, quindi, le ripercussioni della pandemia avranno gli effetti maggiori sull’occupazione femminile aumentando le disuguaglianze già esistenti. Altri fenomeni da combattere sono quello delle dimissioni “in bianco”, ovvero quelle concordate al momento dell’assunzione che scattano in casi specifici, tra i quali spicca la gravidanza e quello del part-time involontario.  Tra le difficoltà delle donne che scelgono di dedicarsi alla cura dei figli, soprattutto nei loro primi tre anni d’età, poi c’è quella poi di essere nuovamente inserite nel mercato del lavoro: «Il mio ruolo è stato subito assegnato a un altro dipendente. Ora ho difficoltà a trovare un nuovo impiego, anche part-time e la pandemia ha reso la mia ricerca ancora più difficile e la cura di mio figlio ancora più necessaria. Io però spero di tornare presto a lavoro», conclude Maria.