Istruzione

Una ripartenza scolastica sicura è possibile. Anche senza mascherine, senza distanziamento, senza turni pomeridiani. A sostenerlo è il movimento “La scuola che accoglie” che si rivolge con una petizione sia alla Regione Emilia-Romagna sia al ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina (per la quale è stato anche preparato un VIDEO con le testimonianze di membri dell’associazione da varie regioni italiane). La richiesta è di arrivare a settembre con la certezza di poter ripristinare una “scuola reale”, come indicato nel titolo della petizione: un’istruzione con le stesse modalità di quella pre-Coronavirus. Seimila le firme raccolte finora dall’associazione, che ha incontrato la presidentessa della commissione regionale scuola Francesca Marchetti per sottoporle la proposta.

A determinare quest’orientamento la necessità, secondo il movimento, di evitare tutto ciò che possa incidere negativamente sulla personalità dei bambini. «Non importa a quale livello scolastico siano iscritti – sottolinea Federica Testa, educatrice dell’asilo Waldorf – per gli alunni le situazioni di socialità sono necessarie, sia tra loro che con i docenti, e così anche il mostrarsi a volto scoperto: il rischio è che ulteriori restrizioni possano farli crescere in una situazione di fragilità». Ciò non significa tuttavia rimuovere ogni misura di sicurezza, poiché «è importante che la sanificazione quotidiana degli spazi scolastici continui e che le famiglie stipulino tra loro un patto di corresponsabilità».

Anche Marco Stegagno, medico iscritto al movimento, è critico nei confronti dell’uso della mascherina, non solo in ambito scolastico: «Ad averne più bisogno sono i malati contagiosi, mentre per chi è sano rischia di essere controproducente. È stato, infatti, dimostrato che il virus può essere trasmesso anche attraverso le nanopolveri dell’atmosfera, che passano attraverso le mascherine». Nel caso degli studenti, prosegue Stegagno, «l’uso prolungato della mascherina durante la giornata scolastica non solo rischia di avere un effetto bavaglio, ma può anche accrescere in loro l’accumulo di anidride carbonica». Su come intervenire in caso di seconda ondata invece non si sbilancia: «Il movimento rimane sulle sue linee guida, poi è chiaro che la decisione finale spetta al governo. È importante però non ripetere l’errore commesso dopo l’arrivo del virus a febbraio, cioè di chiudere le scuole e non gli uffici mandando i bambini dai nonni, che costituivano la fascia più debole».

Per Elisa Zinnamosca, docente della scuola secondaria Primo Levi di Vignola, un’esperienza da non ripetere è quella della didattica a distanza. «È innegabile che, visto lo stato di emergenza, fosse la soluzione più immediata – sottolinea – ma con il tempo sono emersi tutti i suoi limiti: quella dell’infanzia è stata la fascia d’età che più di tutte ha risentito negativamente delle separazioni e dei timori provocati dalle norme anti-Covid. I ragazzi hanno bisogno di valorizzare l’aspetto relazionale, non di barriere protettive». All’uso della tecnologia “alienante e poco salutare”, Zinnamosca contrappone la necessità di «un’autonomia che deve necessariamente passare dagli spazi aperti e dall’attività. Sarebbe ottimo se una delle modalità della didattica in presenza fosse quella di fare lezioni nei parchi».

 

Da sinistra a destra: Anna Gruppioni (maestra scuola primaria), Elisa Zinnamosca (scuola secondaria di secondo grado), Marco Stegagno (medio chirurgo) e Federica Testa (educatrice scuola materna)