referendum

La Corte Costituzionale russa ha già stabilito che le modifiche alla Costituzione volute dal presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, sono compatibili con la legge. Anche il Parlamento le ha già approvate. Ora il presidente vuole il consenso popolare al suo mandato sine die. A partire da oggi, e fino al 1 luglio, più di centoquaranta milioni di cittadini sono chiamati alle urne per esprimere il loro consenso o la loro disapprovazione.  Per convalidare il quesito referendario, serve inoltre la maggioranza assoluta dei voti validi. Se dovesse essere approvata la riforma proposta, Putin potrà presentarsi nuovamente alle elezioni presidenziali nel 2024 e l’eventuale vittoria gli consentirebbe di governare fino al 2036.

Il ventunesimo secolo della storia politica della Russia è identificabile con la figura dell’ex militare ed ex funzionario del Kgb russo, Putin, insediatosi al Cremlino nel 2000. Al potere fino al 2008 con i suoi primi due mandati come presidente. Poi la nuova carica di primo ministro dal 2008 al 2012 e nuovamente dal 2012 a oggi presidente della Federazione. Venti anni di politica, giudicata da molti autocratica, che giunge al culmine con la riforma costituzionale di quest'anno. 

I cambiamenti in questione consisterebbero in un netto ampliamento dei poteri del Consiglio di Stato, organo già esistente, presieduto dal presidente, per ora avente mera funzione consultiva. I governatori regionali, inoltre, entrerebbero a far parte del Consiglio di Stato assumendo un ruolo più pesante; si assisterebbe poi a un potenziamento della “nazionalizzazione delle élite”, con l’introduzione del divieto di possedere una cittadinanza straniera o un permesso di soggiorno di un altro Stato per il presidente del governo, ministri, parlamentari, governatori di regione e giudici; requisito richiesto anche al candidato alla presidenza, a cui è richiesta la residenza in Russia da almeno 25 anni, e non più da 10 anni. Per quanto riguarda i rapporti internazionali le modifiche alla Costituzione comporterebbero un potenziamento della preminenza della Costituzione russa sulle disposizioni dei trattati internazionali. Al Consiglio della Federazione  spetterebbe il diritto di presentare la proposta di licenziamento dei giudici federali al presidente, compromettendo in questo modo ulteriormente l’autonomia di giudici e procuratori. La Duma avrebbe il compito di dare la sua approvazione, non più il consenso, delle candidature del presidente del governo, nonché, su indicazione di quest’ultimo, anche di tutti i suoi vice e dei ministri federali, che saranno poi nominati dallo stesso premier.  Verrebbero inoltre costituzionalizzati alcuni valori come deržavnost’, grande potenza, e gosudarstvenničestvo, stato forte, costantemente richiamati da Putin in questi anni. L'inserimento nella Costituzione di “fede in Dio” e l'affermazione che l’unico matrimonio possibile è quello fra un uomo e una donna consoliderebbero una visione conservatrice. La modifica che più direttamente influisce sul futuro dell’attuale presidente è quella che prevede un limite complessivo di due mandati per ciascun presidente, conteggiati a partire dall’approvazione della riforma, e che apre quindi, almeno potenzialmente, ad altri dodici anni di presidenza per Vladimir Putin. 

 

Fabio Bettanin, insegnante di Storia della Russia contemporanea e dell'Europa orientale all’Università degli studi di Napoli L’Orientale e autore del libro Putin e il mondo che verrà, vede nella modifica della Costituzione un forte spostamento in senso presidenzialista. 

 

 

Professor Bettanin, che valore ha il referendum indetto da Vladimir Putin sulla riforma della Costituzione?

«La corte costituzionale e il parlamento hanno già giudicato le modifiche “compatibili per la legge”. Il referendum è un atto non necessario, ma voluto dal presidente per avere un’ulteriore approvazione da parte del popolo. Con gli emendamenti si arriverebbe di fatto a una nuova costituzione. Putin, in particolare, è intervenuto con delle integrazioni sulla terza parte, che riguarda l’ordinamento federativo».

 

Quali sono secondo lei, dal punto di vista ideologico, le introduzioni e le modifiche più rilevanti?

«Nell’art. 7 si parla di una Federazione unita da una storia millenaria che vuole conservare la storia degli antenati che hanno trasmesso ideali e la fede nel Signore. L’art. 8 poi afferma che la Federazione conserva e difende la memoria dei difensori della patria, oltre la verità della storia. Riemerge quindi un forte attaccamento al passato e a ideali strettamente appartenenti alla Russia. Infine, con le modifiche viene sottolineato quanto la legge russa abbia una prevalenza rispetto a quella dei trattati internazionali, anche in materia di diritti. L’obiettivo è creare una forte identità russa, distinta da quella di altri stati. Una fortezza russa basata sui valori della tradizione».

 

Invece dal punto di vista politico la modifica della carta costituzionale cosa comporterebbe?

«Sicuramente uno spostamento forte in senso presidenzialista. Uno degli articoli dice che il presidente potrà, dopo la consultazione con il Consiglio della Federazione, nominare e dimettere dal loro posto i ministri che si occupano di difesa, sicurezza, affari interni, giustizia, affari esteri. Ci saranno quindi due governi: uno controllato dalla Duma; l’altro, che include tutti i ministri, che sarà controllato direttamente dal presidente, che avrebbe anche il potere di nominare i giudizi costituzionali. È chiaro che in un governo simile la divisione dei poteri salterebbe».

 

La riforma costituzionale va a modificare la posizione della Federazione Russa nei confronti degli altri stati?

«Dagli emendamenti si evince una maggiore chiusura della Russia nei confronti degli altri paesi. La modifica che impone al presidente eletto e a tutte le maggiori cariche di aver vissuto in Russia negli ultimi venticinque anni è emblematica. Chi sta all’estero va considerato diversamente dal vero cittadino russo. La nuova costituzione dice “siamo russkij (russi)”, non in senso civico (russiyanin), ma in senso etnico, con riferimento alla tradizionale etnia slava.  Come anche il riferimento al “Dio”, è evidentemente un riferimento al Dio degli ortodossi».

 

Crede che Putin uscirà vittorioso dal referendum e che si ripresenti alle elezioni nel 2024? 

«Dai sondaggi emerge che solo il 45% dei russi si dichiara sicuro di andare a votare e il 20%  è indeciso. Molti, inoltre, si dichiarano pronti a votare in senso contrario. Non sono le cifre che si registrarono per il plebiscito sulla Crimea. Emergono segni di diffidenza verso Putin aumentati anche negli ultimi mesi di emergenza sanitaria. Quattro anni sono un’enormità. In Russia può accadere di tutto a livello internazionale su vari fronti come l’Ucraina, il medio oriente e la Cina. Putin non ha nessuna certezza di poter arrivare al 2024 nelle condizioni di poter dire “mi ripresento”. Non sono sicuro che abbia davvero intenzione di ripresentarsi».

 

E allora quale sarebbe il suo interesse a indire adesso il referendum per procedere con la modifica della Costituzione?

«L’interesse è quello di lasciare un’eredità al paese che ha governato per anni. Putin vede la salvezza in un potere presidenziale forte che deve bilanciare la propria forza con un Consiglio di stato. Parliamo di un bilanciamento politico, non istituzionale. Il consiglio presidenziale potrebbe contare molto di più, portando i consiglieri politici ad assumere un ruolo determinante. Tuttavia la volontà di rafforzare il potere presidenziale non mi sembra una scelta da autocrate, come molti dicono. L’autocrazia non è più adeguata alla realtà del XXI secolo».