Il caso

Fa ancora discutere l’elenco di detenuti per reati di droga e mafia che hanno fruito di misure alternative al carcere a causa dell’emergenza sanitaria. Tra questi, anche il narcotrafficante Francesco Ventrici cui il tribunale di Sorveglianza di Reggio Calabria ha concesso i domiciliari nella casa di Bentivoglio, per le gravi condizioni di salute. Ventrici era stato condannato nel 2011 per associazione a delinquere dedita al traffico di droga dal tribunale di Bologna e era detenuto in regime di alta sicurezza. «Una decisione – spiega Andrea Giagnorio di Libera Bologna – che ci preoccupa perché un mafioso non smette di essere tale e i domiciliari possono agevolare attività che, a volte, nemmeno il carcere ferma». Per non parlare del paradosso per cui «Ventrici è stato trasferito da Reggio Calabria, città a basso rischio, alla terza regione per numero di contagi».

 

Ma questo è solo uno dei tanti nomi che spicca nel dibattito su una questione complessa.

 

A fine febbraio, il ministero della Giustizia calcolava la presenza di 61.230 detenuti a fronte di una capienza di 50.931 posti. Nei primi dieci giorni di marzo, gli istituti di pena, da Nord a Sud, sono stati scossi da un’ondata di proteste innescata dalle misure anti-Coronavirus. Colloqui interrotti, attività formative e lavorative sospese per ridurre al minimo i rischi di contagio. Le condizioni di sovraffollamento non avrebbero, infatti, consentito di tutelare la salute di detenuti e personale. Malgrado le precauzioni, il virus è comunque riuscito a varcare le alte mura di cinta, facendo la prima vittima proprio alla Dozza di Bologna: Vincenzo Sucato, 76 anni.

 

Il 17 marzo un decreto legge ha rimesso ai tribunali di sorveglianza la possibilità di concedere i domiciliari ai condannati a non più di 18 mesi di carcere. Esclusi dal provvedimento terroristi, delinquenti abituali o seriali e quelli in 41 bis. I legali di questi ultimi, e di quelli in regime di alta sicurezza come Ventrici, hanno presentato le istanze di scarcerazione sulla base delle leggi già vigenti sulla compatibilità del carcere con le condizioni personali del condannato. Da qui, il proliferare di provvedimenti di scarcerazione a favore di decine di boss e criminali pericolosi giustificati dall’emergenza sanitaria.

 

Travolto da una bufera politica e mediatica, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, prova a riparare ipotizzando un decreto retroattivo che riporti in carcere i detenuti "eccellenti" e sul quale aleggiano non pochi dubbi di costituzionalità. Infuria quindi la polemica tra governo e opposizioni, con la Lega che chiede al Guardasigilli di dimettersi.

 

«Il diritto alla salute è inviolabile – commenta Antonella Liotti, referente di Libera Piacenza – ma c’è anche un problema di rispetto della memoria delle vittime di mafia. E dei loro familiari». Il tema è, quindi, conciliare diversi e delicati aspetti. Un’alternativa, spiega la referente, sarebbe potuta venire dai «Trasferimenti in reparti ospedalieri per detenuti, invece dei domiciliari». Potenziare l’assistenza sanitaria carceraria è solo uno dei tanti aspetti della necessaria riorganizzazione del sistema invocata da Elia De Caro, difensore civico di Antigone. «I 41bis scarcerati – aggiunge il legale – sono solo 3. La magistratura vaglia i singoli casi e non adotta certi provvedimenti con facilità». Per il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria, invece, queste situazioni possono essere evitate solo: «Ampliando gli istituti di pena e ripristinando un regime di detenzione che garantisca la piena sicurezza di tutti».