Focus: Uno bianca

A Bologna, in via Zanardi, c’è una targa che recita: «In ricordo di Primo Zecchi, un cittadino che non ha taciuto di fronte alla violenza». Già, non tacque Primo il 6 ottobre 1990. Stava aspettando moglie e figlia di ritorno da una gita quando fu testimone di una rapina della “Banda della Uno bianca”, all'interno di una tabaccheria. Prontamente annotò il numero di targa dei criminali e urlò alla gente delle case vicine di chiamare la polizia. In tutta risposta fu freddato da un colpo di pistola. Diventato simbolo del cittadino comune che paga con la vita per opporsi alla ferocia criminale, Zecchi è soltanto uno dei ventiquattro morti che la Uno bianca si lasciò dietro.

 

Attiva soprattutto in Emilia-Romagna tra il 1987 e il 1994, la banda deve il nome col quale divenne celebre all’abitudine di utilizzare delle Fiat Uno, modello all’epoca molto diffuso (quindi facile da trovare, rubare e ideale per passare inosservati) che finì per diventare una sorta di firma delle loro azioni criminali. Ma il dato più eclatante è che il gruppo era quasi interamente composto da membri della polizia di Stato. Uomini che per anni condussero una doppia vita: tutori della legge a lungo insospettabili da un lato, dall’altro delinquenti autori di colpi che si distinguevano per la spietata efferatezza.

Cuore della banda erano i tre fratelli Savi. Roberto, il maggiore, poliziotto alla Questura di Bologna dove, quando fu arrestato, aveva il grado di assistente capo e ricopriva il servizio di operatore radio nella centrale operativa. Fabio, detto “il lungo” per via della statura, unico membro della banda a non essere nelle forze dell’ordine, perché da giovane la sua domanda per entrare in polizia fu bocciata per via di un difetto alla vista. Alberto, il minore, di carattere debole e succube dei due fratelli. A loro si aggiungono altri tre poliziotti: Pietro Gugliotta, collega di Roberto Savi come operatore radio alla questura di Bologna che entra nella banda nel 1990; Marino Occhipinti e Luca Vallicelli che partecipano solo alle prime rapine della banda, ma che mantennero il silenzio anche durante la sanguinosa escalation degli anni successivi.

 

L’esordio è il 19 giugno 1987: viene rapinato un casello autostradale di Pesaro. I caselli sono i principali obbiettivi della banda in questa prima fase, ne rapinano dodici in due mesi. Sono colpi modesti, dove l’impiego della violenza è ancora moderato: basti pensare che si conta solo un ferito in questa prima serie di rapine. Ma le cose cambieranno presto. Sempre nel 1987 mettono in atto un tentativo di estorsione nei confronti di un venditore d’auto di Rimini, il quale finge di cedere al ricatto ma avverte la polizia. Ne scaturisce un conflitto a fuoco nei pressi di Cesena, luogo scelto dagli estorsori per la consegna del denaro, durante il quale resta ferito il sovrintendente Antonio Mosca, che morirà dopo una lunga agonia. È il primo della lunga serie di vittime della Banda della Uno bianca.

I morti inizieranno a moltiplicarsi già nei mesi successivi. Nel gennaio 1988 Giampiero Picello, guardia giurata, resta ucciso durante la rapina di un supermercato a Rimini. Stessa sorte tocca il mese dopo a Carlo Beccari a Casalecchio di Reno. Il 20 aprile di quell’anno due carabinieri, Cataldo Stasi e Umberto Erriu, vengono uccisi in un parcheggio di Castel Maggiore dopo aver fermato l’auto in cui viaggiavano i Savi. L’anno successivo il pensionato Adolfino Alessandri, testimone di una rapina in un supermercato di Corticella, viene crivellato di colpi.

Dal 1990 si verifica un’altra evoluzione significativa. Alle rapine si aggiungono altri tipi di azioni criminali: veri e propri attentati di matrice razzista. Il 2 gennaio sparano a un tunisino ferendolo (in seguito si verrà a sapere che quel proiettile era una sorta di prova di iniziazione per l’ultimo arrivato, Gugliotta); il 10 dicembre assaltano il campo nomadi di santa Caterina di Quarto, ferendo nove persone; il 22 sparano contro alcuni lavavetri extracomunitari ferendone due; il giorno dopo danno l’assalto al campo rom di via Gobetti e uccidono due persone (Rodolfo Bellinati e Patrizia Della Santina). Questa linea xenofoba e terrorista non si fermerà qui: il 18 agosto 1991 la banda tende a un agguato a un’auto con a bordo tre operai senegalesi; due di loro restano uccisi.

All’incirca dello stesso periodo sono anche altri dei più efferati delitti della banda. Il 15 gennaio 1990, durante una rapina, fanno esplodere nell’ufficio postale in via Emilia Levante, affollato di anziani in coda per la pensione, due bombe. Ne risultano quarantacinque feriti e un morto.

Del 4 gennaio 1991 è invece quella che verrà ricordata come “la strage del Pilastro”. La banda si trovava nel quartiere di Bologna per caso quando la loro auto viene superata da una pattuglia dell’Arma. Credendo si tratti di un tentativo di registrare il numero di targa i criminali decidono di eliminare i carabinieri. Ne segue uno scontro armato dove i banditi sfoderano una potenza di fuoco impressionante, che non lascia scampo ai tre giovani militari: Otello Stefanini, Andrea Moneta e Mauro Mitilini.

 

Negli anni che seguono continueranno le rapine e continueranno le morti. Le sanguinose vicende della Uno bianca si concluderanno solo nel novembre del 1994, quando i membri vengono arrestati grazie soprattutto a due poliziotti della Questura di Rimini: Luciano Baglioni e Pietro Costanza. È la fine di una lunga serie di indagini macchiate dal sospetto del silenzio e del depistaggio. Ma questa è un’altra storia. Quella della banda si conclude così: con tutti e cinque i componenti in manette e alle spalle un bilancio di centotré azioni criminali, centodue feriti e ventiquattro morti.