Salute

Inquinamento come vettore di diffusione del Covid-19? La tesi fa discutere.

L’ipotesi è stata avanzata da un gruppo di ricercatori dell’Università di Bologna e di Bari guidati da Alessandro Miani, presidente della Sima (Società italiana di medicina ambientale). Nel position paper, pubblicato la settimana scorsa, si evidenza come in Italia le aree in cui a febbraio si sono registrate alte concentrazione di polveri coincidono sostanzialmente con quelle in cui si è verificata un'accelerazione anomala dei contagi. È possibile che l’elevata concentrazione di particolato atmosferico possa funzionare da carrier per il Coronavirus, ovvero da vettore di trasporto e quindi di contagio. In altre parole, è possibile che i virus si attacchino alle polveri sottili e quindi si spostino e si diffondano nell’aria. Il fenomeno è stato osservato per diversi contaminanti chimici e biologici, compresi alcuni virus. Non si può escludere che ciò sia possibile anche per il Covid.

 

Ma nella comunità scientifica c’è chi avanza perplessità, sottolineando che l’ipotesi non è ancora stata sottoposta a tutte le opportune verifiche. La Ias (Società italiana di aerosol) ha rilasciato una nota, firmata da settanta scienziati di diversi enti e istituzioni, in cui dichiara: «Ad ora non è stato dimostrato alcun effetto di maggiore suscettibilità al contagio al Covid-19 dovuto all’esposizione alle polveri atmosferiche. È stato ipotizzato che il particolato atmosferico possa agire come substrato carrier per il trasporto del virus aumentando così il ritmo del contagio. Questo aspetto non è però confermato dalle conoscenze attualmente a disposizione».

Anche Irene Priolo, assessore all’Ambiente della regione Emilia-Romagna, si è espressa sulla questione dichiarando: «L’associazione tra smog e Coronavirus è un’ipotesi non verificata. Al momento non esistono, infatti, studi approvati e condivisi dalla comunità scientifica in grado di dimostrare una maggiore diffusione del Coronavirus nelle aree dove c’è più inquinamento da particolato atmosferico. Sarebbe bene, quindi, in un momento di difficoltà come quello che stiamo attraversando, evitare di diffondere informazioni non sufficientemente verificate. È anzi proprio in questi momenti che occorre dare ai cittadini informazioni basate su ricerche accurate e approfondite».

Ha replicato oggi Alessandro Miani: «Dispiace che uno o più assessori e personalità politiche e dell'amministrazione non comprendano la differenza tra un position paper e una ricerca scientifica pubblicata. Siamo stati additati come persone che non hanno fatto uno studio scientifico, ma ci sono evidenze chiare. Chi ci ha attaccato non ha dimostrato scientificamente che quello che diciamo non è vero. È stata scritta solo una lettera, da parte di stimati professionisti, ma senza neanche una riga di bibliografia scientifica a supporto. Il nostro studio non è la verità assoluta, ma si basa su una letteratura scientifica già accreditata».

 

Abbiamo contattato Leonardo Setti, ricercatore del team che ha pubblicato il position paper, che difende lo studio e soprattutto la necessità di renderlo pubblico prima di tutte le verifiche richieste: «Noi abbiamo fatto un position paper. Non è un articolo revisionato, perché ci vogliono dei tempi un po' più lunghi per avere tutte le revisioni necessarie. Il nostro era semplicemente un mettere in evidenza un fenomeno che noi riteniamo importante e che crediamo la comunità scientifica dovesse conoscere il prima possibile. Credo che ora avere più materiale per ragionare sul come risolvere il problema o frenare il contagio sia molto importante. Quello che noi abbiamo fatto è un documento fondato sulle basi scientifiche che noi conosciamo. Abbiamo riportato alcuni lavori importanti che sono basilari per spiegare il nostro modello. A partire da questo, abbiamo analizzato i dati che mettono in evidenza una correlazione. Ci siamo poi sentiti in dovere di dare questa informazione, perché la riteniamo importante al fine delle decisioni che devono essere prese». Per quanto riguarda le osservazioni fatte dalla Ias, replica: «La Società di aerosol ha fatto una nota sul nostro position paper che non è basata su contenuti scientifici. Anzi, sostanzialmente dice: il modello non si può escludere, perché è basato sulle conoscenze che abbiamo dei virus. Per loro il dato di correlazione che noi rileviamo non dimostra appieno che Covid-19 rispetti il modello ipotizzato. Ma noi diciamo che se i virus di un certo tipo possono essere trasportati attraverso il particolato e Covid è un virus di questo tipo, siccome abbiamo una piccola evidenza, è probabile che questo avvenga».

Setti ci ha voluto dimostrare la plausibilità dell’ipotesi portando un esempio osservato dal loro studio: «Abbiamo due megalopoli in Italia: Roma e Milano. Gli sforamenti a Milano sono stati mediamente otto nel mese di febbraio per ogni centralina; a Roma sono stati 0,4 come media. Dunque, a Roma non ci sono state quasi polveri sottili. Se uno va a vedere la contaminazione di Milano e di Roma, sembra che Roma non sia stata quasi toccata dal virus, solo ora la curva si sta leggermente alzando. Eppure le prime persone contaminate c'erano nello stesso periodo di Milano. I primi due contaminati in Italia sono passati da Roma. Insomma Roma era una città già contaminata nello stesso momento di Milano, ma un infettato a Milano infetta tutti, un infettato a Roma apparentemente no. Questo fa capire che non è solo un problema di avere tante persone che girano, che si muovono, che s'incontrano. C'è anche il meccanismo con cui il virus contamina che potrebbe essere diverso».

Riguardo le parole della Priolo che invita la comunità scientifica a evitare di diffondere teorie non comprovate, il ricercatore commenta così: «È un discorso simile a quello dei cambiamenti climatici: certo nessuno ha dimostrato in maniera incontrovertibile che ci saranno, però abbiamo delle evidenze che ci dicono che probabilmente sarà così e bisogna tenerne conto. Il ragionamento che abbiamo fatto è semplicemente questo: abbiamo delle evidenze scientifiche da un punto di vista della letteratura? Sì. Queste evidenze ci dicono che Covid potrebbe comportarsi in questo modo? Sì. Abbiamo qualche dato che indica che forse lo fa? Sì. Credo che questo sia importante conoscerlo e credo che i decisori politici debbano tenerlo in considerazione. Se non lo fanno è grave, perché se tra un mese il Nature pubblicherà il nostro lavoro, magari confermando che avevamo ragione, ci sarà qualcuno che dovrà assumersi le responsabilità di non averne tenuto conto».

Ma cosa potrebbe o dovrebbe fare la politica per rispondere in maniera adeguata alla possibilità che il particolato nell’aria sia un fattore determinante del diffondersi del contagio? «Adesso la politica può fare poco per ridurre le polveri sottili. Perché le polveri sottili di per sé sono un elemento presente anche naturalmente nella Pianura Padana». Le misure da prendere dovrebbero, dunque, essere soprattutto di tipo comunicativo. Far sapere, innanzitutto, che il metro e mezzo indicato fino ad ora è in realtà probabilmente troppo poco come distanza di sicurezza. «Dobbiamo aumentare la distanza di sicurezza. È questo il problema che abbiamo avuto in Emilia-Romagna e Lombardia. Quando abbiamo avuto le polveri sottili a livelli molto alti questo fenomeno era molto marcato e quindi la persona infettata non contagiava solo le persone più vicine, ma probabilmente riusciva a infettare anche chi si trovava a cinque o sei metri di distanza. Ora abbiamo ridotto in buona parte le polveri sottili, perché le macchine non si muovono, le industrie sono ferme, il riscaldamento pure; per questo il fenomeno si sta calmierando. Però, ad esempio, all'interno dei supermercati o nelle code all’aperto, sarebbe bene tenere distanze maggiori di un metro e mezzo. Inoltre, le mascherine dovrebbero essere obbligatorie. Questo è secondo noi il punto importante: bisogna alzare l'asticella della precauzione. Anche se so che tutto questo è scomodo e porta disagio. Ma anche i morti sono scomodi e portano disagio».