Arteterapia

Arteterapia

«Per trovare il percorso che fa per te». Queste parole, disegnate su una porta bianca e accompagnate da un labirinto colorato, sono il benvenuto nel laboratorio di arteterapia di Rebecca Hetherington: un luogo pieno di tempere, pennelli e strumenti musicali, ma anche silenzioso, dove camminare senza scarpe. È qui, alla periferia di Bologna, che bambini e ragazzi autistici possono trovare la loro seconda casa.

«L’arte diventa espressione di emozioni, di fantasie o di pensieri dolorosi: un mezzo di comunicazione e di interazione davvero privilegiato». È questa la prima affermazione di Rebecca, nata a Bromley (nel Regno Unito). Lei stessa artista, ha modellato la sua vocazione in un aiuto nei confronti degli altri. Dopo la laurea e un master in belle arti ha infatti proseguito con la scuola di “Art Therapy italiana” di Bologna e, proprio da qui, ha preso forma il suo motto: «Tenere insieme i pezzi» è l’anima del suo lavoro. Arteterapia significa infatti dare un senso a sé stessi, alla propria vita e al mondo circostante, ma anche creare legami profondi tra le persone. Rebecca lavora con tutti, senza distinzioni di età. «Ogni bambino o ragazzo con disturbo dello spettro autistico porta all’interno del setting terapeutico qualcosa di sé, una richiesta, una necessità. Su questi elementi prende forma un percorso ad hoc, unico e irripetibile». È dunque un viaggio di crescita condivisa e che, allo stesso tempo, permette di analizzare le dinamiche interpersonali che si instaurano nella vita di tutti i giorni. Soprattutto per i più piccoli, le sedute di arteterapia assumono quasi i connotati di una rappresentazione teatrale all’interno di un ambiente protetto e controllato dalla stessa terapeuta. Qui, attraverso uno scambio di ruoli, si possono rivedere episodi di vita “a distanza” o sotto un altro punto di vista. Emergono, quindi, emozioni e sentimenti molto spesso dolorosi e che altrimenti sarebbero destinati a rimanere nascosti. Solo così si può arrivare a elaborare queste esperienze e, successivamente, dare loro un senso. Ma «tenere insieme i pezzi» vuol dire anche lavorare in equipe, affiancandosi cioè al neuropsichiatra, al logopedista, agli altri educatori e ai genitori. Specialmente attraverso il dialogo con questi ultimi, poi, è possibile tracciare un quadro esatto di ciò che i bambini raccontano in sede terapeutica.

 

 

Insieme, Rebecca e il suo “piccolo artista”, entrano nel laboratorio per poi trovarsi di fronte a un grande scaffale pieno di oggetti: forchette, cucchiai, cera d’api, pigne, chicchi di caffè, conchiglie. E anche figurine di animali. Queste sono tra i materiali artistici più utilizzati fin dai primi incontri. Ognuno è libero di farci ciò che vuole. Qualcuno le incolla con forza su un foglio, dà loro una posizione fissa e immutabile, lasciando trapelare la paura di perdere una persona importante o un giocattolo. Prendendo in prestito le parole stesse di Rebecca, «è dunque la paura di “perdere dei pezzi” a richiedere integrità e completezza personale». Ma c’è anche chi dispone tutte le figurine per terra, andando a formare un gruppo più o meno coeso. È da qui che emerge il desiderio di essere accolti dai propri coetanei. L’essere parte di un gruppo è infatti una delle maggiori sfide per i bambini autistici, in particolare in ambito scolastico. Non sempre i compagni di classe (ma non solo) sono disponibili ad accettare reazioni diverse da quelle conformi alle attese. Basti pensare alle difficoltà nel sopportare i rumori o le luci troppo intense, l’eccesso di stimoli provenienti dall’ambiente esterno o i troppi oggetti in vista. Anche nello studio di Rebecca lo scaffale è dotato di tendine: all’occorrenza, vengono tirate giù per nascondere le mensole ingombre. «Uno dei bisogni più tipici è quello dell’ordine. Ecco perché i bambini autistici, a fine seduta, ripongono spesso tutto al proprio posto: è una necessità, non un semplice modo per ricevere complimenti».

I momenti di svago, quelli soggetti a meno regole e meno controllo da parte degli adulti, non a caso sono tra i più complicati da gestire e facilmente fonte di malessere. L’arteterapia ha però gli strumenti per trasformare questi episodi in racconti e, dunque, comprendere i sentimenti altrui e personali. 

Sempre sullo stesso scaffale ci sono anche una decina di tubetti di tempere, dei pezzettini di legno, una scatola di plastilina e una di argilla. Questi, nella loro diversità, vengono utilizzati per migliorare la regolazione dei sensi, solitamente iper-stimolati. In primis il tatto. Sono materiali, soprattutto l’argilla, estremamente fisici e che richiamano direttamente al contatto con la terra. Sporcano molto e lasciano un segno sulla pelle. Proprio per questo vengono presi in mano con riluttanza e dopo molti tentativi. Per arrivare al contatto diretto ed evitare una sopraffazione degli stimoli sensoriali è necessario un processo graduale: si può partire, ad esempio, con un involucro di plastica intorno all’argilla, una sorta di filtro che non impedisce però la possibilità di maneggiarla. L’obiettivo più generale è dunque quello di lavorare con il corpo per migliorare la propria percezione in quanto persona, in quanto “io” nel mondo e contenitore di emozioni. Rebecca ha trasformato, proprio per questo motivo, un’intera parete del suo studio in una tela da pittura. Uno spazio da sporcare a grandezza umana, da dipingere senza regole e senza il vincolo dei contorni. Uno spazio di fronte al quale potersi posizionare in piedi e di fronte al quale affermare la propria presenza nella veste di autore di pennellate verdi e viola, schizzi rossi, grigi e blu. E qualche goccia, ogni tanto, può arrivare anche sul viso.

Spostando lo sguardo dalla parete verso destra, un tavolino con sopra otto campanelle, ognuna di un colore diverso corrispondente a un suono grave o acuto. E poi, tre tamburelli, due maracas, un flauto e un’armonica gialli, infine uno xilofono: anche gli strumenti musicali sono l’ideale per esprimere quei sentimenti indescrivibili a parole. Rabbia compresa. Solitamente repressa, all’interno del contesto terapeutico trova invece uno spazio sicuro e protetto dove potersi sfogare, pur rimanendo sotto controllo.

 

 

Ma non mancano assolutamente i momenti di gioia e di divertimento. Vengono infatti rivissuti, in modo simbolico, anche feste, compleanni o eventi speciali: il cibo viene riprodotto con la plastilina, gli addobbi vengono ridisegnati sul momento e i giochi trasformati in balli.

Viene così a instaurarsi un rapporto di fiducia tra bambino e terapeuta molto stretto. Un rapporto che si basa sulla sensazione di protezione, sulla continuità del percorso, ma anche sulla sua ritualità. Non a caso la seduta inizia sempre togliendosi le scarpe e si conclude rimettendosele. Camminare scalzi ha dunque un potente valore simbolico e, allo stesso tempo, psicologico: significa addentrarsi in un luogo sicuro o, come precisa Rebecca, muoversi in «un luogo intimo dove ritornare a uno stato “primitivo”».

Tutto questo è davvero una missione per «tenere insieme tutti i pezzi»: probabilmente, senza arte, la vita di questi bambini autistici sarebbe diversa. Ma la semplice disponibilità, da parte loro e delle rispettive famiglie, a investire tempo ed energie in un simile percorso è un motivo per continuare. La chiosa di Rebecca è quasi commovente. «Lo sforzo di riportare alla luce e di rivivere eventi dolorosi non ostacola la gioia di sentirsi capiti e accolti. Questo è segno di essere sulla strada giusta».