NATALE ROCK

Nel 1971, anno di uscita del disco capolavoro Aqualung, in molti pensarono che la canzone di apertura My God fosse un inno anticlericale e qualcuno bollò i Jethro Tull come blasfemi. Oggi, nel 2018, quarantasette anni dopo e con cinquanta primavere sulle spalle, i Jethro Tull suonano tra le mura di una chiesa. O meglio, è Ian Anderson a farlo, ma tanto lo sanno tutti che se il primo può esistere senza i Jethro Tull, questi ultimi non esistono senza Anderson. Come si è passati dalla critica di My God alla chiesa di San Salvatore e delle molte altre sparse per l’Inghilterra? Ian Anderson ha forse avuto una crisi mistica? Può darsi, but I really don’t mind. Ed evidentemente non è importato nemmeno alle seicento persone che ieri sera hanno trovato posto all’interno di una gelida chiesa di San Salvatore, in via Cesare Battisti. La metà esatta di quanti avrebbero voluto assistere: «Sono arrivate 1.200 richieste. Per accontentare tutti non sarebbero bastate tre chiese», racconta prima del concerto il maestro Giorgio Zagnoni, direttore del Teatro Manzoni e deus ex machina della serata.  Fuori dalla chiesa, Mauro, esibisce un cartello: “Cerco biglietto”. «Sono un paio d’anni che Ian Anderson organizza concerti in chiese consacrate - se non lo sono, non canta! - a scopo benefico. Quest’anno il suo agente mi ha chiamato e mi ha chiesto se fossi interessato a portarlo a Bologna. Non mi è sembrato vero. Ringrazio l’ex prefetto Piantedosi, monsignor Zuppi e l’attuale prefetto Impresa per averlo reso possibile: grazie a loro potremo godere di qualcosa di straordinario».
Straordinario è anche l’aggettivo utilizzato da Vincenzo Castiglione, presidente di Arad, Associazione ricerca e assistenza delle demenze, alla quale sarà devoluto l’incasso della serata: «Lui è uno dei più grandi flautisti del mondo. Noi esistiamo da 28 anni e non senza difficoltà. È straordinario».

Le luci sull’altare si abbassano, entrano uno a uno i membri della band: della formazione storica non c’è nessuno, ma per chi continua a seguire Anderson e i Jethro Tull sono nomi noti. David Goodier al basso, John O'Hara alle tastiere, Florian Opahle alla chitarra, Scott Hammond alla batteria. Anderson sale sul palco-altare brandendo il suo flauto traverso. Se la chioma folta degli anni Settanta è un ricordo, la sua gestualità è sempre quella. Inconfondibile. Salta da un lato all’altro. Suona in equilibrio su una gamba. Il primo brano è uno dei classici della tradizione natalizia britannica: God rest ye merry gentlemen. Il coro Faith Gospel Choir diretto da Rosanna Bonvento ha l’onere e l’onore di cantare il secondo brano, Gaudete. Qualcuno arriva dalle retrovie per occupare le prime file, in ritardo: «Venite pure, tanto non vi siete persi niente», scherza Anderson. Qualcuno ride, altri non capiscono l’inglese. Si susseguono i brani natalizi, poi arriva il primo pezzo dei Jethro Tull: A Christmas song, che Anderson rassicura essere stata scritta prima di pensare a questo spettacolo. Qualcuno srotola uno striscione, ma prima ancora che si riesca a leggerne il contenuto Anderson chiede dal palco: «Non capisco, mi state chiedendo di farvi il bucato?». Subito dopo un altro classico del repertorio della band, Life is a long song, Anderson dice di voler suonare la canzone natalizia preferita dagli italiani. Dice di averla cercata su internet e di averla sentita cantata anche da Bocelli: è Tu scendi dalle stelle e proprio mentre stai pensando che nemmeno il fluato di Ian Anderson possa salvare la canzone dall’effetto “recita di Natale” ecco che parte l’arrangiamento progressive. Basso e batteria a ritmo ipnotico, il flauto accompagna e i riff di chitarra insieme alle tastiere mandano il pubblico al settimo cielo. Qualcuno ricorda quando nel 1989 i Jethro Tull strapparono il primo posto ai Metallica per la miglior performance rock/metal ai Grammy. Un hype che può solo aumentare quando, prima dell’intervallo, Anderson annuncia di voler fare una cover di J.S.Bach: Bourreé. Anderson non si limita a suonarlo quel flauto. Ci canta. Ci parla. Ci borbotta. Dopo cinquant’anni fa effetto pensare che sia autodidatta.

Durante l’intervallo ci raggiunge Mauro. Ha trovato un biglietto ed è riuscito a entrare. È felice come un bambino.

La seconda parte del concerto vola rapida come le melodie degli arrangiamenti progressive. I believe in father Christmas è l’omaggio che Anderson e la band vogliono fare a Greg Lake (Emerson Lake and Palmer) scomparso due anni fa. A proposito di musica progressive: l’assolo  elettrico del chitarrista tedesco Florian Ophale nella seconda cover di Bach, Toccata e fuga, è da brividi. Il suono di quella Gibson Les Paul combinata con l’acustica della chiesa è una di quelle cose che non ci credi finché non la vedi. Ma è solo l’antipasto. Dopo un piccolo momento di raccoglimento è il momento dell’apice. Se è vero che, come ha detto il maestro Zagnoni a inizio serata, «nessuno è qui per caso», le prime note di My God sono solo il preludio all’estasi collettiva che sta per arrivare. Tra i riff che hanno fatto la storia del rock quello di Aqualung, canzone dell’omonimo album del ’71, è decisamente nella top ten. La canzone diventa una suite e va avanti per oltre dieci minuti: Anderson alterna flauto e chitarra acustica. Ogni volta che viene accennato il riff il pubblico gode: pazienza se siamo in chiesa. Il bis è un altro classico del repertorio dei Jethro Tull, Locomotive Breath. Ian Anderson percorre la navata centrale di San Salvatore, provoca il pubblico e si alimenta del suo piacere. È il momento dei saluti, il pubblico è in piedi: due ore sono volate come i primi cinquant’anni di carriera di Ian Anderson e dei Jethro Tull.

I primi cinquant’anni, sì, perché da come Ian Anderson si muove sul palco sembra che sia pronto a suonare quel flauto, su una gamba sola o ballando in mezzo al pubblico, per almeno un altro mezzo secolo. Perché forse la vita è davvero una lunga canzone. Vedremo. Intanto buon Natale a tutti e tutte. Anche a chi è ancora Thick as a brick*.

 

*Titolo dell’omonimo Lp ed espressione anglofona la cui traduzione potrebbe essere “ostinatamente stupido, uno che ha una testa talmente dura che niente può entrarci”.

 

 

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