Intervista

«Cosa penso dell'impegno di Massimo Cacciari per la sinistra? Ne abbiamo parlato. Io la penso come lui: credo che chi più ha avuto, più deve dare e restituire. E io, da questa città e università ho avuto tutto». Queste le parole dell’ex rettore dell’Alma Mater bolognese, Ivano Dionigi, che alla vigilia della pubblicazione del suo nuovo libro “Quando la vita ti viene a trovare”, un dialogo immaginario tra Lucrezio e Seneca, è stato intervistato dalla redazione di InCronaca sull'università e l’attualità politica e culturale, sia di Bologna che del paese. 

 

Come valuta l’Alma Mater del suo successore Ubertini?

«Risponderei la stessa cosa se mi chiedeste cosa penso di Calzolari o di Roversi Monaco: l’Unibo non è di Ubertini né di Dionigi, è una grande istituzione millenaria. A me piace avere uno sguardo strabico, rivolto avanti e indietro, come diceva Petrarca. Se alcuni fanno meglio o meno bene, la differenza c’è, ma l’università non è un’impresa, è una grande comunità di studenti e docenti, che deve docere e movere, ossia insegnare e mobilitare le coscienze. Nessun sindaco giudica il suo successore, tantomeno nessun rettore. Per le istituzioni, vale ciò che vale per il Vangelo, bisogna servirle e non servirsene. Penso bene di Ubertini, degli studenti, non sempre bene dei miei colleghi. Il rettore è l’espressione suprema dell’università, c’è chi ha un’impronta più culturale, chi più manageriale. Noi ultimi quattro rettori abbiamo avuto quattro caratteri diversi. Vogliamo quattro Roversi? Quattro Calzolari? Quattro Dionigi? Ora c’è un ingegnere, che ha più attenzione a alcune cose, ma questo non è un politecnico, è uno studio generale, ci sono tutte le discipline contemplate. L’auspicio è che dopo di lui venga un altro diverso dai predecessori e valorizzi le diverse qualità dell’ateneo».

 

 

La sua storia personale è anche militanza politica. È stato iscritto al Partito Comunista Italiano…

«No, non è vero. Non l’ho mai smentito, ma sono stato eletto come indipendente e non sono mai stato iscritto al Pci».

 

…comunque è stato membro del consiglio comunale di Bologna. Come giudica la latitanza della sinistra in questa fase storica?

«Nel momento in cui la sinistra è stata ridotta a un comitato elettorale, chi ha vinto, chi ha perso, non ha più importanza sono tutti sistemati a Roma. Per me la politica è la cosa più bella e nobile che ci sia. La parola è di invenzione latina, Res Pubblica, che non è lo stato, ma la cosa pubblica. La sinistra si è sempre creduto superiore agli altri, ha sempre voluto insegnare, ma dovrebbe imparare. Quando si fa politica si deve pensare alle persone, agli individui. Ora c’è una sorta di niccianesimo di massa, una volontà di potenza. A guida di un partito dovrebbe esserci qualcuno che ha un lavoro. Se non lo hai, sei ricattato da tutti, ed è un disastro. Il politico è un piccolo Mosè, che deve guidare il popolo, guai se viene osannato. Il politico deve dire la verità, anche se impopolare, anche se perde il consenso. Io rabbrividisco nel vedere la riduzione e alterazione del linguaggio odierna».

 

Il suo amico, Massimo Cacciari, si è messo a disposizione del Partito Democratico, anche se solo in veste di ideologo. Sarebbe disposto, come lui, a contribuire alle sorti del centrosinistra?

«Io credo che chi più ha avuto, più deve dare e restituire. E io da questa città e università ho avuto tutto. Non sono ad uso a fare sottoscrizioni, però sono molto attento a ciò che avviene, se quello che penso e che dico può giovare, ne sono lieto. Non so cosa farà il Pd, per il congresso sono fuori tempo massimo. Però servirebbe un congresso aperto, aperto davvero, perché solo così potrebbero emergere delle figure nuove».

 

Cosa pensa del governo Lega-M5S? È destinato a durare?

«Non possono durare per una legge fisica, sono troppo in contrasto. Una parte è tutta sul sociale, rivolge l’attenzione all’assistenza, l’altra è tutta focalizzata sul sovranismo, esalta la bandiera. Due forze che creano un mix micidiale. Però il potere è un gran cemento, ho visto in loro la libidine del potere, e non è neppure causato dalla debolezza dell’opposizione, c’è stato un salto antropologico, il mondo è cambiato. Non c’è né da piangere, né da ridere, né da protestare, ma bisogna capire, come diceva Spinoza. E poi occorre fare».

 

Da latinista e da politico la sua carriera è profondamente legata allo studio e all'utilizzo della parola. Come giudica il linguaggio di questa cosiddetta Terza Repubblica?

«Un politico ha grandi responsabilità: la legge e il bene comune. Chi fa politica deve capire qual è il bene della sua città. È sbagliato farselo insegnare dall’Europa, ma anche dagli istinti. Non si può fare un sondaggio e decidere sulla base del risultato la linea politica. Vi pare possibile che il destino di una città venga scelto da un lancio d’agenzia? Platone diceva che ci voleva l’episteme, il sapere scientificamente fondato. Di fronte ai conti dell’economia, della demografia, il politico deve essere uno scienziato e spiegare al popolo. Non, invece, farsi spiegare da una massa d’ignoranti che i vaccini non vanno bene, per poi specularci sopra. Questo è il marketing dell’ignoranza, la paura e l’incompetenza».

 

Se lei potesse scegliere un nome per la prossima guida di Bologna?

«Sceglierei un monaco. Un monaco che abbia il destino collettivo e individuale delle persone».

 

L’idea di candidarsi a sindaco?

«No, questa cosa ha già fatto troppa confusione, anche qualche danno poco simpatico alla mia persona. Io credo di essere adatto a fare molte cose, non tutte. Non è all'ordine del giorno e non lo è mai stato. Lo era nella testa degli altri, ma giocavano sul mio nome».

 

Niente più storia agli esami di maturità: cosa ne pensa?

«Credo che togliere la storia sia semplicemente un delitto».

 

Da anni si discute di inserire il numero chiuso nella triennale di Lettere. Qual è il suo parere?

«Dove ci sono delle normative a cui bisogna attenersi, come per veterinaria, architettura, medicina, credo che il test sia il male minore, ma servirebbero dei correttivi. Per le altre discipline, bisognerebbe assicurare il diritto allo studio. Noi siamo tra i il fanalino di coda per i lavoratori venticinque e i trentaquattro anni. Siamo il paese che ha meno laureati, non troppi, come ha detto il presidente degli industriali di Asti, “ci sono troppi laureati in scienze umanitarie”, confondendo umanitarie con umanistiche. Mi verrebbe da dire che quella Confindustria dovrebbe andare alle scuole serali».