Home sharing

«Gestire una casa su Airbnb? Bisogna seguire un iter folle». Parola di Michele Bazzi, vicepresidente di Local Pal, associazione che riunisce i tanti host bolognesi che online mettono a disposizione dei turisti la propria casa. Local Pal, che significa “amico del posto”, rispedisce al mittente le accuse di Celso De Sgrilli, presidente di Bologna Welcome e di Federalberghi, che a InCronaca ha denunciato il boom senza freni dell’home sharing e l’illegalità di tanti b&b.

 

Quanti host sono associati a Local Pal?

«Il nostro gruppo Facebook ha superato da poco le 500 persone. Local Pal nasce sui social network, per aggregare in un unico spazio le persone che ospitano turisti. Poi, quando abbiamo iniziato a dialogare con le istituzioni, ci siamo costituiti in associazione per avere una forma giuridica».

 

Quali vantaggi hanno gli host nell’associarsi a Local Pal?

«La possibilità di partecipare ai nostri host to host, incontri in cui parliamo di vari aspetti dell’home sharing, ad esempio le procedure da seguire per mettersi in regola o come fare le foto per attirare più turisti».

 

Gli albergatori accusano Airbnb e affini di concorrenza sleale. Come replica?

«Chi ci accusa di illegalità o è in malafede o non conosce le regole. Chi ospita in regola paga tre volte le tasse di chi fa un normale affitto: il doppio di cedolare secca, tutte le utenze della seconda casa e le spese condominiali. Non nascondo che ci sia un guadagno, circa il 25% in più di un normale affitto, ma è rapportato al maggior impegno che comporta la gestione dell’immobile. Non si diventa ricchi con una casa affittata ai turisti. Di certo non a Bologna».

 

Esiste un collegamento fra il boom dell’home sharing e la difficoltà degli studenti a trovare casa? Molti proprietari preferiscono affittare ai turisti.

«Partiamo dai numeri di due ricerche, quella dell’Istituto Cattaneo sul mercato bolognese degli alloggi e quella dell’Università di Siena. Nei due lavori si vede chiaramente come questo fenomeno sotto le Due Torri non è provato. Barcellona ha 1,5 milioni di abitanti e 35 milioni di turisti, con un rapporto 1 a 23. Bologna non supera gli 800mila residenti e i 2,5 milioni di turisti, rapporto 1 a 3. Sono numeri incomparabili. Per di più, a Firenze il 17,2% delle case del centro è destinata ai turisti, mentre a Bologna siamo fermi al 2,4%. Di questa già piccola percentuale, l’81% è costituita da mono o bilocali, case inadatte alle famiglie o a essere divise in stanze per studenti. Molti proprietari, poi, non affittano più a lungo termine perché non vengono tutelati in caso di mancato pagamento del canone. In questo momento chi parla di “invasione Airbnb” ha la stessa scientificità di chi parla dell’invasione degli immigrati».

 

Pensa che si tratti solo di una percezione della gente?

«Il problema esiste, ma non va strumentalizzato. Se sono uno studente che non trova casa, è chiaro che vedrò un nemico in chi dà un tetto solo ai turisti. Però, tolti i “super-proprietari”, chi affitta casa per periodi brevi è quella classe media che si sta indebolendo sempre di più. È sbagliato mettere cittadino contro cittadino. Bisogna studiare patti con i privati per garantire sia il diritto alla casa dei deboli sia il diritto alla proprietà privata della classe media. Sono 30 anni che non si fanno politiche serie di edilizia popolare e studentesca».

 

Quale soluzione proponete?

«I privati devono pagare tutte le imposte, ma questi soldi vanno usati per garantire il diritto alla casa di chi non può averla, a partire dalla costruzione di nuovi studentati».

 

Su Airbnb solo il 55% delle offerte è riconducibile a un host con un unico annuncio, mentre il 5% appartiene a “grandi proprietari” con oltre 10 abitazioni.

La società immobiliare Halldis addirittura gestisce 74 case. Pensa sia un “accorpamento” dannoso per il sistema?

«È un fenomeno che va regolato, si rischia di perdere il concetto alla base di Airbnb: l’ospitalità. Un property manager che arriva a gestire tantissime case è il vero rischio per gli studenti».

 

Un host cosa deve fare per essere in regola?

«È un iter complesso. Per prima cosa deve segnalare la casa in affitto al Comune, rivolgendosi allo sportello unico delle attività produttive. Lo step successivo passa dalla questura, dove si prendono le credenziali per comunicare le persone che passano dalla tua casa. Poi c’è l’ufficio dell’imposta di soggiorno e, infine, anche la Regione perché c’è l’obbligo statistico di segnalare i flussi. La follia della burocrazia: gli stessi dati vanno trasmessi a tre soggetti diversi. Purtroppo, molti preferiscono vivere nell’illegalità piuttosto che sottoporsi a regole così complicate. Preferiscono rischiare una sanzione che perdere tutto questo tempo».

 

Il presidente di Bologna Welcome e di Federalberghi, Celso De Scrilli, ha detto che solo il 25% delle strutture di b&b sono in regola con la Dia, la dichiarazione di inizio attività. Crede che sia colpa di questa giungla di procedure e tasse?

«Non si può nascondere che ci siano degli evasori, ma sono una minoranza. Sono in prima linea con De Scrilli per combatterli, ma la situazione è questa perché, per tenere i prezzi bassi, tanti preferiscono evadere».

 

Local Pal cosa propone a Palazzo D’accursio per semplificare le procedure?

«Siamo già riusciti a mettere allo stesso tavolo Comune e Airbnb per la riscossione automatica delle imposte di soggiorno. Un’iniziativa positiva, che è stata copiata da tante altre amministrazioni. Oggi, però, la tariffa è diversa per l’online e l’offline: noi vorremmo venisse portata al 5% per tutti. In più, tutta Italia è indietro anni luce sul piano della digitalizzazione. Bologna deve tornare a fare politiche edilizie con prezzi calmierati».