Impresa

Un’app che ti permette di ricevere le ricette sullo smartphone e i farmaci a domicilio. Una piattaforma aziendale che usa il sistema della blockchain per le assunzioni di personale. Nuove materie prime per l’industria chimica realizzate con gli scarti dei caseifici. Un kit che trasforma le tue due ruote in una bicicletta elettrica alimentata a energia solare. Questi sono solo quattro dei trenta progetti in cerca di fondi che saranno presentati sabato 19 a Palazzo Re Enzo allo startup day 2018. Il format organizzato dall’Alma Mater e nato da un’idea di Alessandro Cillario e Stefano Onofri, due ragazzi conosciuti sui banchi del liceo Righi, è arrivato alla quarta edizione, diventando il primo evento universitario dedicato all’imprenditorialità giovanile d’Italia.

Rispetto alla scorsa edizione, il numero dei progetti candidati a partecipare è più che raddoppiato (+117%) e sabato sono attesi 2.000 partecipanti tra imprenditori, finanziatori e studenti che hanno voglia di mettersi in gioco. «Il primo obiettivo dello startup day è la costituzione di un team», spiega la professoressa Rosa Grimaldi. Infatti, subito dopo l’inaugurazione del rettore Francesco Ubertini alle 10.30, ogni startupper presenterà intorno a un tavolo il proprio progetto in due sessioni di 30 minuti prima di tutto per arruolare compagni di avventura, ossia collaboratori che abbiano la voglia di condividere il progetto e la squadra. A girare tra i tavoli i rappresentanti di 40 realtà locali, nazionali e internazionali interessate a finanziare nuove idee, oltre a 15 startup già operative a Bologna. Per l’attenzione che l’ateneo sta dedicando ai temi dell’innovazione e dell’imprenditorialità sociale, quest’anno un programma specifico, sarà dedicato ai progetti per l’Africa con player industriali che lavorano da tempo sul continente nero come Ibm, sponsor dell’iniziativa.

Tra le novità più rilevanti di questa edizione c’è il così detto investor time dalle 12 alle 13.30. Ossia una finestra dedicata ai progetti vincitori dello scorso anno. Dopo un percorso seguito da Almacube, l'incubatore dell’Università e di Confindustria, le migliori startup del 2017 saranno accompagnate in questo ulteriore passo, quando con piani più strutturati si presenteranno agli investitori, per approdare finalmente sul mercato.

Continua e si rafforza la collaborazione con Legacoop, che ha scelto questa cornice per indire Coopstartup, il bando che finanzia startup nel mondo della cooperazione. Potranno partecipare gli under 40 che vivono nella città metropolitana, senza obbligo di residenza. Si fornisce formazione, assistenza e si stanziano 45 mila euro a fondo perduto.

Allo startup day si darà avvio anche a Beta Club, una piattaforma per la condivisione delle esperienze professionali. «Beta significa raggruppare tutti quei senior che abbiamo esperienza di lavoro e passione per l’imprenditorialità», spiega Stefano Onofri. Una community virtuale per fare rete, che in California è la normalità, dove imprenditori, liberi professionisti e manager possono caricare il proprio professionale.

La giornata finirà alle 18.15 con lo spettacolo teatrale ‘La storia di Google’, tutto il programma è consultabile sul sito della manifestazione. La partecipazione è gratuita con registrazione.

 

 

La minaccia dei dazi Usa sulle imprese emiliane 

 

I dazi di Trump preoccupano l’Emilia-Romagna e le sue imprese che negli Usa hanno un giro di affari di 4,3 miliardi, e in alcuni casi interi stabilimenti, come Pelliconi, l’azienda dei tappi che nel 2010 ha aperto in Florida, ad Orlando, la sua filiale americana. «Apprendo con piacere che a livello europeo si stia lavorando a ritmi serrati per un accordo che possa scongiurare la possibile applicazione dei dazi anche qui, ma non nascondo che siamo preoccupati per questa eventualità e per gli scenari geopolitici che chiamano in causa gli Stati Uniti in Corea e soprattutto in Iran». È la risposta dell’assessore alle attività produttive della Regione Emilia-Romagna Palma Costi al Console generale a Firenze Benjamin Wohlauer, ospite oggi di Confindustria per un incontro dedicato alla promozione degli investimenti emiliani in Usa.

Solo il dossier iraniano peserà sull’economia italiana 30 miliardi di euro. Se dovesse cominciare una vera e propria guerra commerciale a colpi di tariffe rialzate, se ne aggiungerebbero altri 30. «Un dato che non tiene conto del costo opportunità», precisa Alessandra Lanza di Prometeia prima di frenare su questo scenario a tinte nere. «La guerra commerciale non avrebbe senso per gli Stati Uniti che in Italia e in Europa ha grandi stabilimenti. Non puoi dismettere un’area produttiva in sei mesi e andare via, non funziona così». Il pensiero va automaticamente a Philip Morris, l’ultima arrivata con più di 1.300 dipendenti, ma c’è anche Amazon, o Mectronic. Non conviene neanche agli italiani e in dettaglio agli emiliani, dato che il 22% degli investimenti esteri delle imprese regionali ha obiettivi negli Stati Uniti. La Regione è anche impegnata in un programma di formazione per startup, e non solo, in Silicon Valley.  

«Tutti pensano che i dazi di Trump siano la conseguenza dello squilibrio della bilancia commerciale degli Usa nei confronti della Cina, ma non è così - spiega l’analista di Prometeia -. Rappresentano quasi una necessità nell'attuale sfida tecnologica». Gli Stati Uniti sono ancora in testa per numero di brevetti, ma la maggior parte sono ancora nella robotica. Meno produttivi rispetto a quelli elaborati nell’Internet of Things, nella manifattura additiva, nel computer cloud e nella realtà aumentata, i così detti brevetti 4.0 dove, invece, la Cina cresce a ritmi elevatissimi.

Il quadro per gli investitori non è a prova di rischio, soprattutto alla luce della battuta d’arresto prevista per il pil mondiale, quando verrà meno il sostegno ricevuto negli ultimi anni da politiche monetarie espansive. Ma per Lanza «a causa delle conseguenze sui tassi di cambio, meno rischioso è puntare sui paesi occidentali, rispetto a quelli in via di sviluppo, Stati Uniti inclusi». Non sbagliano, quindi, gli imprenditori emiliani che hanno intenzione di puntare sul mercato americano. «Per farlo - spiega Fabrizio Broggini, consulente - le strade sono tre: aprire una filiale, stringere un contratto con un distributore o ingaggiare un rappresentate di vendita. In tutti e tre i casi, però, è importante che la persona a vendere sia proprio un concittadino di Trump»